Arancia meccanica – Anthony Burgess #Burgess #AranciaMeccanica

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Arancia meccanica (A Clockwork Orange), è un romanzo fantapolitico o distopico di Anthony Burgess del 1962. Riadattato per il grande schermo, Stanley Kubrick ne trasse la celeberrima versione cinematografica Arancia meccanica, distribuita negli Stati Uniti nel 1971 e nel resto del mondo nel 1972. Prima ancora del film di Kubrick, il romanzo ha goduto di un ulteriore adattamento intitolato Vinyl, diretto nel 1965 da Andy Warhol, ma ispirato molto più liberamente al libro rispetto alla successiva versione, e inoltre, nei decenni successivi furono prodotti numerosi spettacoli di teatro ispirati al libro. Il romanzo venne tradotto in italiano nel 1969 col titolo Un’arancia a orologeria e nel 2005 è stato riedito con il titolo del film.

Traduttore: F. Bossi
Editore: Einaudi
Collana: Super ET
Quanto è libero l’uomo?

Il libro è stato già abbondantemente recensito, ma mi fa piacere aggiungere alcune impressioni personali.
Su una trama apparentemente semplice, emerge a chiare lettere la questione del libero arbitrio umano, al di là del bene e del male e non a caso l’unico ad essere contrario al trattamento di condizionamento al bene, è proprio un uomo di chiesa, il cappellano del carcere in cui Alex è rinchiuso. Alex accetta di sua spontanea volontà (senza il consenso dei genitori, pur essendo un minore?) di sottoporsi alla cura dal male, proprio perchè spera ingenuamente che essa sia il viatico per l’agognata libertà. Dopo il trattamento, ritornato in libertà, tutto il male della società gli si scaglia contro; quasi rispondesse ad un’emblematica legge del contrappasso, Alex da “buono” non ha più nessun ruolo nella società: non è più figlio, né amico e perde la sua identità.
Mi ha deluso la conclusione aggiunta, secondo cui la malvagità di Alex è inversamente proporzionale alla sua evoluzione verso la maturità… quasi un contentino per rassicurare il pubblico. Certo è che questo libro, oggi apparentemente banale, sia stato invece altamente avveniristico all’inizio degli anni ’60, che tanti cambiamenti sociali portò in tutto l’Occidente. Una nota di originalità, la si deve anche all’uso gergale del linguaggio con il quale Alex si esprime, i alcuni punti anche complesso da decifrare.
Io ricordo molto bene la versione cinematografica che portò al romanzo tanta celebrità: in Italia uscì vietato ai minori di 18, per le scene ritenute violente. Allora io avevo 13 anni e mio fratello 15, ma i nostri genitori ci accompagnarono a vederlo, in quanto ritenevano che fosse significativo ed importante per la nostra formazione; erano appunto gli anni ’60 e i miei si aggiornavano costantemente sui vari metodi educativi e inoltre mio padre studiava sociologia ed era rimasto particolarmente affascinato dallo studio di Skinner.
All’inizio del nuovo anno scolastico, l’insegnante d’italiano ci fece fare un tema a piacere su un libro letto o un film visto durante l’estate: ebbene, io scrissi il tema proprio sul film Arancia Meccanica, e inaspettatamente vinsi un premio. La mia sorpresa fu immensa perché l’insegnante, pur essendo molto colta e preparata, era la classica “signorina cattolica osservante”, ma reputò il mio tema migliore di un altro sulla Bibbia e mi regalò l’abbonamento annuale ad una rivista per adolescenti, molto ben impostata, ricca di spunti di riflessione, che mi indusse ancor più ad amare la lettura.
Ecco perché non potevo non leggere questo libro.

Eccomi là. Cioè Alex e i miei tre drughi. Cioè Pete, Grob e Fio. Eravamo seduti nel Korova milkbar arrovellandoci il gulliver per sapere cosa fare della serata. Il Korova milkbar vende ” latte+ “, cioè diciamo latte rinforzato con qualche droguccia mescalina, che è quel che stavamo bevendo. È roba che ti fa robusto e disposto all’esercizio dell’amata ultraviolenza. 

Silvia Loi

Zazie nel Metrò – Raymond Queneau #Zazienelmetro #RaymondQueneau

« Chiacchieri, chiacchieri, non sai far altro. »
(Il pappagallo Laverdure)

Zazie nel metró – Raymond Queneau

Editore: Einaudi
Collana: Einaudi tascabili. Scrittori

Da quando la letteratura esiste si può dire che combatterla è la funzione dello scrittore. Ma in Queneau la battaglia diventa un corpo a corpo.

Roland Barthes

Zazie, una ragazzina ribelle e insolente, arriva nella Parigi degli anni ’50 dalla provincia. Il suo sogno è vedere il metró; ma se uno sciopero glielo impedisce, nessuno può trattenerla dal salire su quella giostra vorticosa che per lei diviene Parigi. Fugge disinvolta dall’olezzo dello zio, ballerino travestito, per incontrare, grazie alla sua vitalità straripante, una galleria eterogenea di personaggi: un conducente di taxi, diabolici flic, la dolce Marceline, una vedova consolabile, un calzolaio malinconico e un querulo pappagallo.

Zazie è una ragazzina irriverente, una bambina di provincia adulta dentro, che per qualche giorno si trasferisce a Parigi dagli zii Gabriel e Marceline, il suo unico desiderio è fare un giro in metrò… ma non riuscirà ad esaudirlo perché chiuso per sciopero! Il desiderio non realizzato diventa per la ragazzina fonte di risentimento verso lo zio e sua moglie, e decisa comunque a vedere Parigi ed i parigini, determina le di lei scorribande per le vie parigine, che diventeranno occasioni di incontri con  una serie di personaggi incredibili ad iniziare dai suoi stessi parenti e i loro amici, lo stesso zio Gabriel è continuamente in bilico tra la normalità di un adulto e l’ambiguità, anche sessuale: sebbene sia sposato con la dolce Marceline, lavora come ballerino travestito e Zazie, per tutto il racconto, pretende si sapere se è o no un “ormosessuale”. E poi caratteri ambigui e surreali come il saccente Charles, il saggio pappagallo Laverdure, un diabolico flic, il multiforme questurino, sognanti calzolai, vedove consolabili e taxisti filosofi che affollano la Parigi di Queneau.

“Una folla spessa e violacea colava un po’ dappertutto. Una venditrice ambulante di palloncini, una musichetta da luna park aggiungevano il loro carattere discreto alla virulenza dell’esposizione. Stupita, Zazie, ci mise un po’ di tempo prima di accorgersi che, non lontano da lei, un barocco lavoro di ferro battuto piantato sul marciapiede era coronato dalla scritta METRO’. Subito dimentica dello spettacolo della via Zazie si avvicinò al fiato dell’apertura, sentendosi mancare il proprio per l’emozione.”

Il linguaggio scelto è importantissimo, colloquiale, inventato, solo in apparenza di facile comprensione, ricco di neologismi che vogliono rendere il parlato diretto, a volte anche sgrammaticato.
Una divertente avventura ricca di intelligenza e filosofia, che tocca tanti temi diversi, raccontata con ironia e sarcasmo, dove la prosa la fa da padrona, uscendo dagli schemi, eccentrica e sgrammaticata, con volgarità accennate e mai spinte verso lo scurrile.

– Allora ti sei divertita?
– Così.
– L’hai visto il metrò?
– No.
– E allora che cosa hai fatto?
– Sono invecchiata.

Elena Fatichi