Il Gattopardo -Giuseppe Tomasi di Lampedusa #Incipit #IlGattopardo

“Nunc et in hora mortis nostrae. Amen.”
La recita quotidiana del Rosario era finita. Durante mezz’ora la voce pacata del Principe aveva ricordato i Misteri Gloriosi e Dolorosi; durante mezz’ora altre voci, frammiste, avevano tessuto un brusio ondeggiante sul quale si erano distaccati i fiori d’oro di parole inconsuete: amore, verginità, morte; e durante quel brusio il salone rococò sembrava aver mutato aspetto; financo i pappagalli che spiegavano le ali iridate sulla seta del parato erano apparsi intimiditi; perfino la Maddalena, fra le due finestre, era sembrata una penitente anziché una bella biondona, svagata in chissà quali sogni, come la si vedeva sempre.

Il Gattopardo –Giuseppe Tomasi di Lampedusa

rococo

Claudia Durastanti – Cleopatra va in prigione @nellogiovane69 #ClaudiaDurastanti

Un libro sul trovare il modo di andare avanti nel mondo senza farsi sopraffare. Un romanzo che cattura il lettore. 
Loredana Lipperini.
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Caterina racconta ed è raccontata modulando la prima e la terza persona, il presente e il passato, nel flusso di un tempo/città che sembra coagularsi sulla propria stessa ostinata vulnerabilità. Caterina è forte di vita non sbocciata del tutto e di questa stessa forza è fragile, procede sulla falsariga di una sensibilità acuta ma spersa, scollegata, regolando la direzione sulle pulsioni selvatiche di cui è capace, come ogni vita. Attraverso rievocazioni progressive e non lineari la vediamo ragazzina, ballerina e studentessa, prima di interrompere il percorso e perdersi, sospendersi, trovarsi in una sorta di intermittenza senza mai del tutto sentirsi se stessa, slegata, spaesata da tutto, aggrappata a ciò che prova. Caterina si reca in visita dal suo ragazzo Aurelio, carcerato a Rebibbia, come se fosse spinta da un dovere irrinunciabile, malgrado lui l’abbia ferita o forse proprio per questo. La sua prigione è il dovere tutta se stessa a chi sente di dover salvare, è qualcosa che non si può chiamare amore, è il non potersi liberare da questo. Assistiamo così – con un senso di impotenza a tratti intollerabile – al chiudersi della vita su di lei – trentenne – come una palpebra, donna irrisolta nella penombra di un uomo, in una Roma alternativamente livida e struggente.

Claudia Durastanti parte dal germoglio di un racconto pubblicato nell’antologia L’età della febbre e lo fa sbocciare come un romanzo autonomo, con un linguaggio laconico e febbricitante, capace di raggiungere momenti di lirismo in economia, dosando il non detto con efficacia e intrecciando una trama che ramifica nella mappa emotiva e affettiva della protagonista. Si avverte il tentativo di sbilanciare il particolare nel collettivo, di allargare lo sguardo per abbracciare lo stato delle cose, e ci riesce ma senza scadere nel generazionale a gratis. Curioso in questo senso il possibile parallelo tra le pagine – bellissime – del blackout romano e quelle dedicate al blackout newyorkese da Ben Lerner in Nel mondo a venire.
Unico possibile appunto: si sente a tratti il bisogno di un linguaggio ancora più asciutto e – certo – cattivo, per evitare il retrogusto da contro-cartolina della suburbia e soprattutto che l’arrendevolezza della protagonista vada a sfiorare il melodramma. Detto questo, la Durastanti si conferma una delle nostre penne più interessanti, aperte e in crescita.

“(… ) lei in in quei momenti non visualizza niente, ma sente lo sforzo nelle orecchie come un ronzio, il respiro che si comprime, gas cristallizzato e nebuloso nei polmoni, quasi doloroso, una sostanza misurabile e per nulla evanescente come i livelli di ossigeno nei tubi in ospedale – «respira, espira» – di pazienti che stanno per morire – mentre lei è viva ed è per questo che durante quella gita alle catacombe da ragazzina ha rischiato di svenire e di avere le allucinazioni – lei è viva – invece sui binari della metropolitana le sarebbe piaciuto andare avanti al buio, da sola, continuando a esplorare quegli strati sotterranei fino ad arrivare chissà dove, a giacimenti di asfalto e cascate, serragli di piante, caverne di barboni e giungle inesplorate, poi è riemersa e Roma era la solita città impaziente e batterica.”

Stefano Solventi