Una donna – Sibilla Aleramo #SibillaAleramo #Feltrinelli

Questo romanzo di Sibilla Aleramo è del 1906. La sua immediata fortuna in Italia e nei paesi in cui fu tradotto segnalò una nuova scrittrice, che in seguito avrebbe fornito altre prove di valore, segnatamente nella poesia. Ma soprattutto esso richiamò l’attenzione per il suo tema: si tratta infatti di uno dei primi libri ‘femmisti’ apparsi da noi.

Lettura sofferta, complicata quella di Una donna di Sibilla Aleramo, così come deve essere stata dolorosa la scrittura: lucido e strabiliante racconto dell’esistenza – quella autobiografica dell’autrice – di una donna fisicamente e psicologicamente provata dalle continue violenze del marito e delle restrizioni dettate da un contesto culturale ancora fortemente maschilista e annientante.

Siamo in Italia nei primissimi anni del ‘900, ma quelle parole vibrano purtroppo ancora con prepotente attualità.

Grazie, Sibilla. Per aver trovato nella scrittura una via d’uscita. Per esserti mostrata e aver dato voce a quella sofferente e travagliata interiorità.

Owlina Fullstop

Come mai un romanzo scritto oltre un secolo fa e qualificabile come un ‘classico’ come quello di Sibilla Aleramo, risulta ancora attuale? Pubblicato nel lontano 1906 e ripubblicato nel corso degli anni in molteplici edizioni, esso nasce dall’esperienza autobiografica dell’autrice ed è frutto di quei fermenti sociali che portarono alla nascita del femminismo, di cui lei stessa si sentì parte attiva. Man mano che il libro andava componendosi, la scrittura diveniva lo strumento di un processo autoconoscitivo di cui sono specchio la coerenza, il realismo e l’equilibrio compositivo. Nel suo iter di formazione, la Aleramo designa una vicenda comune, per molti aspetti, ad altre donne del tempo, ma che ancora non aveva trovato analoga espressione nella produzione letteraria del suo tempo, reclamando coraggiosamente, sul piano della specificità della scrittura al femminile, un proprio integrale riconoscimento. Nell’intento di rivelare, per la prima volta, «l’anima femminile moderna», con grande spirito realistico la Aleramo compone pagine di aperta denuncia e di critica sociale, affrontando argomenti come la povertà e l’ignoranza, le differenze regionali, il socialismo e naturalmente la condizione svantaggiosa da cui la donna avrebbe dovuto riscattarsi. Dal momento poi che la vera indipendenza della persona coinvolge presupposti di natura culturale e psicologica, prima ancora che materiale, suonano davvero profetiche le parole della Aleramo in una lettera scritta a Mondadori il 5 agosto 1956, alla soglia degli ottant’anni: “Vi dicevo che se io fossi nata in un qualunque altro paese, avrei in quest’occasione onoranze nazionali. Perché sono un poeta, la sola donna poeta oggi nel paese, perché il mio primo libro Una donna avrà a novembre cinquant’anni, perché i giovani si stupiscono ch’io, mezzo secolo fa, scrivessi per i giovani d’oggi e per quelli che vivranno il secolo venturo. […] Io ho dinanzi a me il futuro, anche se voi non lo credete”.

L’ACQUA DEL LAGO NON È MAI DOLCE – Giulia Caminito #GiuliaCaminito #Bompiani

“…ERAVAMO FATTI A BRICIOLE, ERAVAMO BAMBINI, ERAVAMO SENZA GIOCHI E SENZA CASA, MA ERAVAMO ATTENTI.”

Io sono stata un cigno, mi hanno portata da fuori, mi sono voluta accomodare a forza, e poi ho molestato, scalciato e fatto bagarre anche contro chi s’avvicinava con il suo tozzo di pane duro, la sua elemosina d’amore.

Sono ormai tre giorni che ho finito questo libro, e ancora non riesco a trovare le parole giuste per esprimere quello che questa lettura mi ha dato.È una storia potente, che mi ha lasciato dentro tanti pensieri, tante riflessioni e sentimenti, ma è come se non riuscissi a metterli nero su bianco, forse perché sono ancora lì che vorticano…

Non riesco a lasciar andare le due figure femminili che abitano queste pagine, che cercano in ogni modo di rimanere a galla, di trovare il loro posto (e non solo metaforico) in un mondo che le vuole emarginare, che cercano un riscatto che forse non arriverà mai… e intanto l’infelicità si annida negli angoli più bui, la rabbia ribolle in fondo allo stomaco e cerca la strada per venire fuori.

Una madre che non si arrende, che combatte, arranca, lotta per la giustizia e crede nel bene comune, una madre che domina e ingombra, che non accarezza e pretende, la cui ala protettiva si espande prepotentemente e finisce per soffocare. La vita l’ha indurita, le ha inspessito la pelle, le ha insegnato a fare a meno di tutto, tranne che di un tetto sopra la testa. E quello cercherà, per tutta la vita.

Una figlia che nasce nella privazione, che si adatta ai 20mq da dividere in sei, senza giocattoli, senza tv, senza niente. Cresce cercando una rivalsa non sua, senza mai lamentarsi, spingendo giù ogni dolore, soffocando il risentimento, studiando tanto, leggendo i libri giusti, tuffandosi senza paura nell’acqua torbida e scura, sparando con precisione i bersagli, spaccando ginocchia ai prepotenti, affogando i traditori, accendendo fiammiferi, prendendo e difendendo ciò che ritiene sia suo, amando senza sapere cosa sia l’amore, piangendo l’amicizia perduta… Una ragazza che vorrebbe trovare se stessa, ma rimane sempre impigliata nell’ombra di sua madre.

Due figure femminili che ami e che odi, che vorresti abbracciare e prendere a schiaffi, perché portano dentro tutto il disagio degli ultimi, i poveri, e tutto il cinismo e l’arroganza di chi si sente (giustamente) in credito con la vita.Ma non ci sono solo loro in questa storia: c’è un marito/padre che in un attimo perde tutto, e rimane fermo, inchiodato su una sedia, inchiodato in un rapporto che lo vede sempre secondo, laterale, senza voce. Poi c’è un figlio che non è suo figlio, ma con cui evolverà uno strano rapporto di odio/amore. Un ragazzo caparbio, anarchico, l’unico in grado di sottrarsi al dominio materno, divenendo punto di equilibrio per tutti gli altri.

E poi c’è il lago, così vivido, così magico e così spettrale, così protagonista da riuscire a sentirne anche l’odore. Tutto ispirato a vita vissuta…

Giulia Caminito, dov’eri? Dove ti nascondevi? Perché io ti scopro solo adesso? Per me entri, di diritto, nell’olimpo delle grandi scrittrici italiane contemporanee. La tua scrittura è bellezza autentica!

Antonella Russi

Odore di alghe limacciose e sabbia densa, odore di piume bagnate. È un antico cratere, ora pieno d’acqua: è il lago di Bracciano, dove approda, in fuga dall’indifferenza di Roma, la famiglia di Antonia, donna fiera fino alla testardaggine che da sola si occupa di un marito disabile e di quattro figli. Antonia è onestissima, Antonia non scende a compromessi, Antonia crede nel bene comune eppure vuole insegnare alla sua unica figlia femmina a contare solo sulla propria capacità di tenere alta la testa. E Gaia impara: a non lamentarsi, a salire ogni giorno su un regionale per andare a scuola, a leggere libri, a nascondere il telefonino in una scatola da scarpe, a tuffarsi nel lago anche se le correnti tirano verso il fondo. Sembra che questa ragazzina piena di lentiggini chini il capo: invece quando leva lo sguardo i suoi occhi hanno una luce nerissima. Ogni moto di ragionevolezza precipita dentro di lei come in quelle notti in cui corre a fari spenti nel buio in sella a un motorino. Alla banalità insapore della vita, a un torto subito Gaia reagisce con violenza imprevedibile, con la determinazione di una divinità muta. Sono gli anni duemila, Gaia e i suoi amici crescono in un mondo dal quale le grandi battaglie politiche e civili sono lontane, vicino c’è solo il piccolo cabotaggio degli oggetti posseduti o negati, dei primi sms, le acque immobili di un’esistenza priva di orizzonti.