La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg – Sandra Petrignani #Ginzburg #SandraPetrignani

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Un libro imprescindibile per chi ama Natalia Ginzburg.
L’amore per la sua scrittura continua e si rinnova con questa lettura che è come avvicinarsi in punta di piedi alla compagnia di Leone Ginzburg, Cesare Pavese, Italo Calvino, Giulio Einaudi, Elsa Morante, Alberto Moravia, Primo Levi, per citarne alcuni. Gli amici di Natalia, i compagni di una vita prima ancora che colleghi e scrittori. Di questi parla il libro della Petrignani, una biografia di Natalia Ginzburg che lei chiama La corsara. Più che una singola biografia è una storia tra tante storie, una vita che ha in sé tante altre vite, quelle dei suoi genitori, dei suoi fratelli, dei suoi amori, dei suoi figli, dei suoi amici, segnati da grandi drammi personali e collettivi, negli anni di una resistenza, innanzitutto culturale che animó il loro agire. Grande protagonista fu Leone Ginzburg,  che fu il più coraggioso tra gli amici e non si tirò mai indietro. Uomo intelligentissimo e grande studioso, militante antifascista sin dalla prima giovinezza, fu il primo marito di Natalia, le diede 3 figli e un immenso amore. Natalia fu, in un certo senso, una creatura di Leone. Leone “capì le caotiche emozioni che si agitavano dentro di lei e l’aiutò a indirizzarle in una forma coerente che però le apparteneva già, la forma di una sincerità espressiva che doveva contribuire l’impegno morale del narratore.” L’esigenza di dire la verità di Natalia s’incontrava perfettamente con il rigore etico di Leone, unità di misura del suo fare politico. Ha solo 17 anni Natalia quando Ginzburg parla di lei al direttore di Solaria, la rivista culturale più in voga del momento. Ma parlare di Natalia solo come scrittrice è riduttivo, fu traduttrice, drammaturga, collaboratrice della casa editrice Einaudi, giornalista e infine politica, in tutto ciò animata da grande senso civico.
Dopo la morte di Leone, torturato e ucciso mentre era in prigione, Natalia toccò il fondo e tentò il suicidio. Ma i suoi amici la aiutarono a risollevarsi, facendole compagnia e offrendole un lavoro nella sede romana della casa editrice Einaudi, fucina in quegli anni delle pubblicazioni più belle. E saranno anni densi di lavoro, di amore (anche per Quasimodo che, da questo libro, non ne esce benissimo) e un nuovo matrimonio con Gabriele Baldini, anglista, un tipo del tutto diverso da Leone, amante della musica, del cibo e del vino e nasceranno altri due figli, Susanna gravemente disabile e Antonio che morirà ad un anno di vita, anche lui con una malformazione congenita.
Oltre a questo, poi nel 1950, Cesare Pavese si ucciderà, portando via la sua ironia triste e il suo amare disperato, e Natalia soffrirà moltissimo ma risorgerà ancora, nella sua grandiosa possibilità di reinventarsi senza perdersi, e ci regalerà pagine meravigliose tra romanzi, racconti e opere teatrali.
Il lavoro della Petrignani è accuratissimo e riguarda un numero considerevole tra lettere, articoli apparsi sui giornali, racconti di testimoni e, a volte, c’è il rischio di perdersi, ma basta un affondo nei testi di Natalia per riprendere entusiasmo.
Ed entusiasmo è proprio la parola giusta, quello che mi ha accompagnato in questo mese di lettura, perché tanto ci ho messo, sottolineando frasi bellissime, googolando immagini, cercando i volti dei protagonisti, col desiderio di conoscerli più a fondo.
Lettura consigliatissima anche per gli scenari che apre. L’unico difetto é che si allunga irrimediabilmente la lista dei libri da leggere, ma Natalia sarà la mia guida in questa esplorazione.
Leone Ginzburg prima di morire scrisse a Natalia: “attraverso la creazione artistica ti libererai delle troppe lacrime che ti fanno groppo dentro; attraverso l’attività sociale, qualunque essa sia, rimarrai vicina al mondo e alle persone, per il quale io ti ero così spesso l’unico ponte di passaggio; (…)
ti amo con tutte le fibre dell’essere mio ti bacio ancora e ancora e ancora. Sii coraggiosa”
Barbara Facciotto
Sandra Petrignani – LA CORSARA
Ritratto di Natalia Ginzburg
pp. 459
Neri Pozza, Vicenza 2018

Divorare il cielo – Paolo Giordano #PaoloGiordano @barbarafacciott

Divorare il cielo -Paolo Giordano

Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli

La prima volta che Teresa li vede stanno facendo il bagno in piscina, nudi, di nascosto. Lei li spia dalla finestra. Le sembrano liberi e selvaggi. Sono tre intrusi, dice suo padre. O tre ragazzi e basta, proprio come lei. Bern. Tommaso. Nicola. E Teresa che li segue, li studia, li aspetta. Teresa che si innamora di Bern. In lui c’è un’inquietudine che lei non conosce, la nostalgia per un’idea assoluta in cui credere: la religione, la natura, un figlio. Sono uno strano gruppo di randagi, fratelli non di sangue, ciascuno con un padre manchevole, carichi di nostalgia per quello che non hanno mai avuto. Il corpo li guida e li stravolge: la passione, la fatica, le strade tortuose e semplici del desiderio. Il corpo è il veicolo fragile e forte della loro violenta aspirazione al cielo. E la campagna pugliese è il teatro di questa storia che attraversa vent’anni, quattro vite, un amore. Coltivare quella terra rossa, curare gli ulivi, sgusciare montagne di mandorle, un anno dopo l’altro, fino a quando Teresa rimarrà la sola a farlo. Perché il giro delle stagioni è un potente ciclo esistenziale, e la masseria il centro esatto del mondo.

Non paga delle innumerevoli sfighe de La solitudine dei numeri primi, mi sono voluta flagellare con la lettura di questo capolavoro a lungo preparato.
Premetto che non mi fa impazzire la scrittura di Giordano, se non quando tratta di mete turistiche (pregevoli le sue descrizioni dei paesi nordici in Traveller), non da meno la storia di cui si tratta in questo romanzo è piena di mirabolanti eventi, troppa carne al fuoco, sintetizzerei. La trama acchiappa (almeno all’inizio), è succulenta ma poi, come una grigliata, dove cominci col filetto di manzo e termini con la pancetta di maiale, verso la fine stufa, anzi stonfa. Alla fine non vedi l’ora che crepino tutti, almeno finiscono le boiate.

Ma l’incipit è meraviglioso, sognante: tre giovani si gettano di notte nudi nella piscina di una villa in Puglia. Dalle finestre, la giovane Teresa li osserva rapita dai loro corpi e dai loro giochi. Farà di tutto per conoscerli meglio e li seguirà fino alla loro masseria, che sarà poi il teatro degli eventi principali.

“Ormai ero abituata a trovare Torino più inospitale di come l’avevo lasciata, i viali troppo ampi, il cielo bianco e opprimente come un tendone di plastica. Un giorno Cesare aveva detto: Alla fine tutto ciò che l’uomo ha costruito sarà ridotto a uno strato di polvere di meno di un centimetro. Siamo così insignificanti. E’ soltanto il pensiero di Dio a renderci degni. Fra i palazzi del centro le sue parole mi tornavano in mente e tutto mi appariva precario, fasullo.”

Il romanzo tratta la storia di questi tre amici, praticamente fratelli, che vivono in un luogo pieno di sole e vento, una piccola comunità di ragazzi in affido. Tra questi spicca da subito Bern, colui che divora la vita, e che proprio per questa sua fame riesce a inanellare una serie di cazzate senza fine, partendo sempre da princìpi giusti e sacrosanti, per far finire tutto in schifìo, dalla passione per le donne che incontra, all’amore per la terra di Puglia, dal desiderio di paternità, alla
fuga in un luogo incontaminato… tutto.
Sullo sfondo, la voce narrante, la bella Teresa, ammaliata e ammalata d’amore per Bern, subirà tutti i cambiamenti di rotta, si adeguerà e vivrà all’ombra del suo amore. Il suo agire è aspettare e ricordare. Subirà di tutto e si sacrificherà fino in fondo per il suo Bern. Un personaggio davvero amabile.
In tutto il romanzo si ammassano storie assurde: una specie di famiglia-setta religiosa, che crede in Dio e nella reincarnazione, legge e impara interi passi biblici , seppellisce anfibi e insetti e cerca di educare questi figli con sacrosante buone intenzioni ma tutto sfocerà in tragedia; una pseudo comunità hippie che pratica l’agricoltura autarchica e che durerà 4 stagioni, giusto il tempo che le coppie che la compongono riescano a riprodursi… e poi ciaone, ognuno a casina sua; manifestazioni e presìdi per salvare gli uliveti dall’abbattimento colpevole, risse e ammazzatine, insomma una gran confusione e vani tentativi di creare luoghi e amori durevoli, fallendo più che miseramente, tragicamente.
Al fondo, prima che tutto diventi marcescente, il desiderio bruciante di una vita vera, le vite dei protagonisti si sviluppano tra i disagi, le tensioni, le proteste, le ispirazioni religiose, culturali ed ecologiste.
Gran bella copertina, gran bel titolo, lettura vivida, per certi versi molto coinvolgente e interessante, grande e bella apparecchiata ma non è tutto oro quel che luccica. E lo sappiamo bene.

“C’è sempre molto da conoscere della vita di qualcun altro. Non si finisce mai. E a volte sarebbe meglio non iniziare affatto.”.

Barbara Facciotto