Cat Person – Kristen Roupenian #CatPerson #Roupenian

Da qualche giorno è uscita la traduzione italiana della raccolta di racconti che contiene “Cat Person”, la seconda cosa più letta sul sito del New Yorker nel 2017 (dopo il primo articolo di Ronan Farrow sulle accuse a Harvey Weinstein) nonostante fosse stata pubblicata online l’11 dicembre. Nel mondo della cultura se ne è parlato come del primo racconto «virale», cioè diffusosi tantissimo tra le persone attraverso i social network. Grazie a “Cat Person” la sua autrice, la 38enne Kristen Roupenian, ha ottenuto un contratto da almeno un milione di dollari per scrivere due libri, la raccolta di racconti da poco pubblicata e un romanzo: una somma molto alta in generale, e ancor di più se si considera che Roupenian prima di “Cat Person” non aveva pubblicato nulla. Il Post 

Traduzioni di Cristiana Mennella, Gianni Pannofino, Maurizia Balmelli

 Di solito io non mi lascio travolgere dall’hype delle ultime novità, sapientemente costruito dalle case editrici. Lascio passare il momento e poi come dopo l’onda lunga sulla spiaggia, pesco nei detriti per capire se è un corallo o una scarpa vecchia. La biblioteca di solito mi fornisce l’ambiente favorevole per la pesca miracolosa. Questa volta mi sono lasciata tentare. Perché no? Ed eccomi qui a parlare di questi 12 racconti, tutti basati su relazioni malate e situazioni borderline benché in generale replicabili nell’ordinario: storie di malessere quotidiano, di gente comune che annaspa, mente, soffre.

Diciamo che dopo 2 o 3 storie che hanno scaldato i motori e facevano ben sperare in un crescendo, mi sono ritrovata a fissare il vuoto e a domandarmi “perché”. Questo termine racchiude, in effetti molti quesiti retorici che hanno a che fare col tempo. Il mio. Con la motivazione. La sua (della Roupenian, intendo).

“Amava Anna, non ricambiato; Anna amava Marco, non ricambiata; Marco probabilmente amava, non ricambiato, una ragazza a caso che loro due non avevano mai visto. Il mondo era spietato. Nessuno aveva il benché minimo potere su nessuno.”

Ma passiamo ai fatti, vostro onore. In buona sostanza mi è sembrato il libro delle buone intenzioni. È una opera horror? giusto quel cicinnino per gradire e stuzzicare l’appetito, ma non vogliamo spaventare i bambini, vero?

È un’ opera intimista? Oddio, come lo può essere una chat di WhatsApp… il racconto “Il bravo ragazzo” mi ha fatto magicamente tornare indietro negli anni (ma non alla Annie Ernaux, per intenderci), quando tra adolescenti si passava il tempo a sfogliare margherite e a elucubrare mentalmente (detto in italiano standard) su situazioni prevalentemente sentimentali, partorite dal nulla e che approdavano generalmente ad una sindrome da abbandono. Un assaggio: “Di tanto in tanto, Ted si domandava se sarebbe mai riuscito a diventare per lei più di un semplice amico. Lui non le piaceva quanto lei piaceva a lui, questo era ovvio, e di certo non si sarebbe mai presentata da lui, singhiozzando per la passione frustrata, ma… se fosse successo?” e via discorrendo.

Ma allora è un libro che investiga gli abissi del sesso e le sue implicazioni di genere! Bah, a parte la tendenza a mordere i molestatori (“Mordere”) e a fare l’amore con uno che non ti piace, forse per noia o perché non ti vuoi molto bene (“Cat person, appunto), non vedo interpretazioni originali sul coinvolgimento fisico/mentale che ha fatto versare fiumi di inchiostro a letterati e poeti….
Tentiamo l’ultima carta. Sicuramente allora è scritto con uno stile speciale, visionario, un contenuto alla Volodine o una introspezione alla Kleeman, autrice de Il Corpo che vuoi?
No, neanche questo. Vi è molta schiettezza, ironia, un certo tono politicamente scorretto che può piacere. Però per la maggior parte dei racconti, la scrittura è piatta come molti dei personaggi… anzi mi aspettavo -anche con una certa ansia – che apparisse qualche emoticon qua e là.

«Guardandolo cosí, goffamente piegato, la pancia grassa e molle e coperta di peli, Margot pensò: oh, no. Ma il pensiero di quello che ci sarebbe voluto per interrompere quello che aveva avviato era insostenibile; avrebbe dovuto metterci un tatto e una delicatezza di cui sentiva di non disporre. Non era per paura che lui cercasse di costringerla a fare qualcosa contro la sua volontà, ma che insistendo per fermarsi, adesso, dopo tutto quello che aveva fatto per arrivare fin qui, sarebbe sembrata viziata e capricciosa, come una che ordina qualcosa al ristorante e poi, quando arriva il piatto, cambia idea e lo manda indietro».

So che a molti è piaciuto. E va bene così. Non lo sconsiglio nemmeno, perchè è giusto che ognuno si faccia una propria idea, è in fondo un lavoro d’esordio positivo in certi termini, anche se non di certo indimenticabile. Forse è una questione di generazione. D’altra parte negli USA presuppongo abbia fatto molta presa specialmente sui millennials e sul loro mondo.
La ragazza si farà, si dice; ma nel frattempo, mi lustro gli occhi con un po’ di Roth. Philip per l’appunto.

Paola Filice

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L’educazione – Tara Westover #Westover #Feltrinelli #Studio #Educazione

«Quanto di noi stessi dovremmo dare a coloro che amiamo? Quanto li dobbiamo tradire per crescere?»Hadley Freeman, Vogue

L’ educazione -Tara Westover

Traduttore: Silvia Rota Sperti

Editore: Feltrinelli
Collana: I narratori
Tara, la sorella e il fratello sono nati in una famiglia di mormoni anarco-survivalisti delle montagne dell’Idaho. Non sono stati registrati all’anagrafe, non sono mai andati a scuola, non hanno mai visto un dottore. Sono cresciuti senza libri, senza sapere cosa succede all’esterno o cosa sia successo in passato. Fin da piccolissimi hanno aiutato i genitori nei loro lavori: d’estate, stufare le erbe per la madre ostetrica e guaritrice; d’inverno, lavorare nella discarica del padre, per recuperare metalli. Fino a diciassette anni Tara non ha idea di cosa sia l’Olocausto o l’attacco alle Torri gemelle. Con la sua famiglia, si prepara alla prossima fine del mondo, accumulando lattine di pesche sciroppate e dormendo con il sacco d’emergenza sempre a portata di mano. Il clima in casa è spesso pesante. Il padre è un uomo dostoevskiano, carismatico quanto folle e incosciente, fino a diventare pericoloso. Il fratello è chiaramente disturbato e diventa violento con le sorelle. La madre cerca di aiutarla ma rimane fedele alle sue credenze e alla sottomissione femminile prescritta. Poi Tara fa una scoperta: l’educazione. La possibilità di emanciparsi, di vivere una vita diversa, di diventare una persona diversa. Una rivelazione.

A volte i libri sorprendono. E se sono esordi sorprendono ancora di più. È successo cosi con l’Educazione. Non si parte dal distopico e l’inverosimile nella finzione. La realtà è inverosimile e se questa è la vita vera della scrittrice, lo diventa ancora di più.
Tara vive in una famiglia mormone radicale. La religione non è solo uno stile di vita ma il motivo stesso dell’esistenza. Il padre – fanatico estremista – non crede nello Stato, nelle regole della società, nei ruoli sociali, nella parità di genere, nella tecnologia, nella medicina tradizionale, odia il diverso e ha paura di essere manipolato e perseguitato dalle autorità. Impone le sue convinzioni a una persona facilmente manipolabile, sua moglie, e agli innumerevoli figli, una delle quali è Tara, la scrittrice. Questo vuol dire che i bambini, abitanti di una isolata fattoria in una montagna dell’Idaho, non sono registrati all’anagrafe, non vanno a scuola, devono lavorare duramente col padre che fa lavori umili, faticosi e pericolosi, se si ammalano sono curati dalle erbe della mamma, non hanno vestiti adeguati e soprattutto non hanno libri se non la Bibbia che regolamenta (nella libera interpretazione dei genitori) il loro presente e il loro futuro. Non sanno niente di cosa accade nel mondo e vivono preparandosi alla fine dei tempi, ai giorni dell’abominio (o millennium bug) con scorte e nascondigli. “Dio non ammette infedeltà” e la razza umana, al contrario, si prostituisce ai saperi dell’uomo, labili e inefficaci. E ciò significa non rendersi conto di un fratello disturbato mentalmente, anzi obbligare Tara o sua moglie a sottostare alle sue violenze fisiche e verbali, in nome dell’unità della famiglia e del volere di Dio. Vuol dire curare con unguenti ustioni terribili e tagli paurosi, provocati dalla testardaggine di un padre schizofrenico.
Non si può lottare contro l’oscurantismo, se si è impregnati di false credenze pensando invece che siano verità. Non si può cambiare se non strappandosi di dosso la propria identità, i propri affetti, deleteri, ma affetti.

“Avevo cominciato ad accorgermi di una cosa fondamentale che riguardava mio fratello, mio padre, me stessa. Avevo capito che eravamo stati scolpiti da una tradizione che ci era stata data da altri, una tradizione di cui eravamo volutamente o accidentalmente all’oscuro. Mi ero resa conto che avevamo prestato le nostri voci ad un discorso il cui unico scopo era quello di disumanizzare e abbrutire gli altri – perché era più facile alimentare quel discorso, perché conservare il potere sembra sempre la strada migliore”.

Ora bisogna aggrapparsi ad altro per salvarsi. Magari provando ad avere una vita normale per una volta. Altro è cultura, educazione, studio, conoscenza, apertura mentale. Ma per Tara vuole anche dire superare lo scoglio di sentirsi sbagliata, come il suo passato vuole farle credere. Significa dare ai genitori le colpe che meritano, considerarli per quelli che sono: poveri esseri chiusi a se stessi e al mondo e che non l’hanno protetta da nessun pericolo, anzi l’hanno deliberatamente scaraventata in situazioni di pericolo per provare l’azione di Dio nel soccorso.

Si può rischiare di tornare a vivere recidendo le proprie radici? Forse è l’unico modo per credere finalmente in se stessa come persona nuova.

“Potete chiamare questa presa di coscienza in molti modi. Chiamatela trasformazione. Metamorfosi. Slealtà. Tradimento. Io la chiamo un’educazione.”

Paola Filice