Lauren Groff – Arcadia

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Vi assicuro che non è stato il Re (che pare abbia paragonato a Harry Potter il primo romanzo di Lauren) a spingermi verso questo libro, bensì una trasmissione radio. Vabbè, forse poco importa come ci si arriva, ma il fatto in sé di esserci arrivati.
Arcadia parla di una comune hippy degli anni ’60, vista dagli occhi di un bambino, il primo bimbo nato in comunità, Briciola. Attraverso di lui, piccolo, poi adolescente, poi adulto, una parte della storia americana, dagli anni ’60 ai giorni nostri (e un po’ oltre…)

“noi volevamo fare qualcosa di puro. volevamo vivere con la terra, non su di essa. vivere restando fuori dalle perversioni del mondo mercantile e guadagnarci da vivere partendo da zero.
volevamo che il nostro amore fosse un faro col quale illuminare il mondo.”

Briciola è il testimone critico di quel mondo che è il suo ma dal quale riesce a prendere le distanze, e vedere le contraddizioni. Arcadia, quindi, un microcosmo nel quale tutti si aiutano, tutti lavorano insieme, tutti hanno lo stesso obiettivo: vivere in pace, con amore, non facendo del male a nessuna creatura, condividendo tutto.
C’è il lavoro nei campi, il forno in cui le donne cuociono tutti i giorni il pane per la comunità, il cibo vegano, le capanne sudatorie, c’è la natura pura e incontaminata, tutt’intorno, madre e matrigna, i parti (c’è una scena di un parto che…ah, la meraviglia!) i bambini di cui tutti si prendono cura, la musica. Briciola cresce in questo novello paradiso terrestre che molto presto però inizia a mostrare le solite crepe, quelle che noi esseri umani riusciamo ad aprire anche quando non vorremmo, la voglia di protagonismo, il potere, la difficoltà della convivenza, le rivendicazioni personali, i sentimenti che per quanto facciamo emergono sempre perché siamo, appunto, esseri umani fallibili, e quindi egoismo, collera, tristezza.
E tuttavia per Briciola (e per chi legge), Arcadia è un luogo fantastico, talvolta pauroso, in cui il rapporto con la natura assume connotazioni quasi magiche (il bosco, le radici, il freddo, gli animali, il ghiaccio, il sole, lo stagno, la cascata).
Nell’ultima parte del libro Briciola è un uomo, vive nel mondo Esterno, ha una figlia, una vita “normale”. E tuttavia resta un figlio di Arcadia.

Si parla di un’altra vita, in questo libro, di utopia, di sogni spezzati, di rapporti tra genitori e figli, dell’infanzia, del come riuscire a vivere in sintonia con il mondo senza distruggerlo, né farsi distruggere, con amore.
Piaciuto tanto, ma tanto. Mi ha lasciato come una nostalgia, uno struggimento del cuore.

Lazzìa

Jean-Philippe Blondel – 6.41

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Questo libro mi è stato regalato. Un dono, chi ha pensato a me guardando la copertina. Un dono, il contenuto che mi si è disvelato in questo romanzo breve. Orbene, l’avrò detto millantastilioni di volte, io non amo i racconti, né i romanzi brevi. Prediligo gli elenchi telefonici, quantomeno un volume dai, A-L, quelle robe in cui per descrivere un par di personaggi ci abbisognano come minimo quelle 100 paginette e poi, forse, con calma, si entra nel racconto vero e proprio. Ebbene, c’è sempre una qualchevvolta in cui voilà, la clamorosa smentita è pronta a stupirci (ed è proprio questo il motivo per cui la vecchia nun voleva morì). Perché nelle 131 pagine di questo libro impariamo a conoscere Cècile e Philippe, che per caso si incontrano, dopo 27 anni, su un treno di pendolari diretto a Parigi.
27 anni prima erano stati insieme, pochi mesi e poi la rottura. Eppure, nel breve tempo del viaggio, quel tempo sospeso in cui di solito si dormicchia, si leggiucchia, si spizzica, si traffica col cell e col pc, sti due invece ripercorrono la loro vita, ricordano l’altro, come li faceva sentire, ricordano il corpo dell’altro, rivivono i momenti insieme, le possibilità che si dispiegavano davanti ai loro 20 anni, le loro potenzialità di vita.
E scopriamo che la rottura umiliante che Philippe ha propinato a Cècile (uno stronzillo ventenne, noddai, possibile??) ha prodotto risultati diametralmente opposti a ciò che ci si aspettava.

E ci accorgiamo di sentirli vicini, Cècile e Philippe, così vicini che stiamo seduti anche noi su quel treno che prima o poi arriverà a Parigi.

– E’ il “buon proseguimento”. Un’espressione che ha sempre odiato…tutti devono poter proseguire e va bene così; attività, impegni quotidiani, micro-drammi, mini-gioie, il mondo è fatto di una folla di Playmobil che muovono le braccia a scatti, pontificano con le bocche inesistenti, sentono senza orecchie, sempre pettinati in modo impeccabile, e fanno quello che è stato deciso per loro, tutti, senza sosta, continuano, bene così, vanno avanti, bene così…-

Grazie Nina!

Lazzìa