Less – Andrew Sean Greer #Less #PremioPulitzer

“Un libro generoso, musicale nella prosa e ampio in struttura e portata, sul diventare grandi e sulla natura essenziale dell’amore” (motivazione della Giuria all’assegnazione del Premio Pulitzer 2017 per la narrativa).

È un piacere avere tra le mani questo libro: ci si affeziona così tanto al protagonista e alle sue vicende che si diventa un po’ sentimentali al momento di finirlo. Andrew Greer prende il più improbabile dei protagonisti, un wasp gay di mezza età, inetto nel lavoro, nell’amore e nella vita, un disastro completo, farcito di candore, impacciato e naif, e ne fa un EROE. E se vi state chiedendo come sia possibile che questo perdente nato incontri le simpatie e riesca nell’incredibile impresa di far immedesimare completamente i lettori, come in una parola abbia riscontrato tanto successo, ve lo dirò.
Pagina dopo pagina diventa chiaro che siamo di fronte a una tragedia: Arthur Less alla vigilia del suo cinquantesimo compleanno viene lasciato dal fidanzato “informale” con cui aveva una relazione da più di nove anni, per un più giovane partito.

“È vero che le cose possono andare avanti finché si muore. E che la gente usa lo stesso vecchio tavolo, anche se cade a pezzi ed è già stato aggiustato mille volte, solo perché era della nonna. È così che le città diventano città fantasma.

E che le case diventano depositi di ciarpame. E io penso che sia anche così che la gente invecchia.”

Per non dover affrontare l’onta di dover presenziare anche al matrimonio accetta una serie di conferenze e servizi giornalistici in giro per il mondo, tra un concorso letterario in Italia, una tempesta di sabbia nel Sahara, un rumoroso villaggio del Kerala e un viaggio gastronomico in Giappone, la tragedia si trasforma gradualmente in una commedia, perché Less ha una sorta di grazia nel guardare in faccia le difficoltà e le umiliazioni che la vita gli schiaffa davanti. Dopotutto come Greer stesso ha dichiarato, quando cominciò a scrivere Less pensava a un romanzo molto più serioso e impegnato, ma dopo un anno circa: “ho capito che non avrei potuto. È stato strano ma quello che stavo scrivendo era così triste per me che ho pensato che l’unico modo per scriverlo era di renderlo una storia divertente. E così ho scoperto che prendendomi gioco di me riuscivo ad avvicinarmi meglio alle mie vere emozioni, o almeno a quelle che avrei voluto fossero presenti nel mio nuovo libro”.
In effetti quello che fa l’autore è amare invece che rifiutare lo sfortunato Less e la serie di catastrofici eventi in cui si ficca, e così facendo convince il lettore a fare lo stesso. Arthur Less, che in qualche modo ricorda molto da vicino Andrew Sean Greer, con la sua ironia insegna al lettore a vivere con filosofia e lo sa bene. È un romanzo su cosa significhi invecchiare, si interroga sulla natura dell’amore e sul futuro dei rapporti a lungo termine nell’epoca del nichilismo sentimentale, e quando lo fa sembra proprio che stia parlando di te a te stesso.

Stefano Lillium

“I poeti ne scrivono, se ne sente raccontare, gli italiani lo chiamano ‘colpo di fulmine’.

Ma sappiamo benissimo che il grande amore della vita non esiste. L’amore non è una cosa estrema come quella.

È portare fuori il cazzo di cane così l’altro può continuare a dormire, è fare la dichiarazione dei redditi, è pulire il bagno senza prendersela. È avere un alleato nella vita. Non è fuoco né fiamme né fulmini.”

DESCRIZIONE

Problema: sei uno scrittore fallito sulla soglia dei cinquant’anni. Il tuo ex fidanzato, cui sei stato legato per nove anni, sta per sposare un altro. Non puoi andare al suo matrimonio, sarebbe troppo strano, e non puoi rifiutare, sembrerebbe una sconfitta. Sulla tua scrivania intanto languono una serie di improbabili inviti da festival ed editori di tutto il mondo. Domanda: come puoi risolvere entrambi i problemi? Soluzione: accetti tutti gli inviti, se sei Arthur Less. Inizia così una specie di folle e fantasioso giro del mondo in 80 giorni che porterà l’autore in Messico, Francia, Germania, Italia, Marocco, India e Giappone, riuscendo a frapporre migliaia di chilometri tra lui e i problemi che si rifiuta di affrontare. Cosa potrebbe andare storto? Tanto per cominciare, Arthur rischierà di innamorarsi a Parigi e di morire a Berlino, sfuggirà per un pelo a una tempesta di sabbia in Marocco e arriverà in Giappone troppo tardi per la fioritura dei ciliegi. In un giorno e in un luogo imprecisati, Less compirà i fatidici cinquant’anni: questa seconda fase della vita gli arriverà addosso come un missile, trascinando con sé il suo primo amore, e anche l’ultimo.

La guardarobiera – Patrick McGrath #PatrickMcGrath #recensione #guardarobiera

 

La guardarobiera – Patrick McGrath
Traduttore: C. Prosperi
Collana: Oceani
Anno edizione:2017

L’ossessione, il senso di perdita e il tradimento sono i temi centrali del nuovo libro di Patrick McGrath.

È la morte a dare l’avvio a questo racconto. Siamo a Londra, nel 1947. Tra le macerie di una città devastata dalla guerra si svolge il funerale di Charlie Grice. Il buon vecchio Gricey, il famoso attore, l’allegro buontempone, l’adorato marito di Joan, una donna bellissima e altera, direttrice del guardaroba costumi di un teatro, devotissima al marito. La morte improvvisa del marito la annienta. Come potrà vivere senza di lui, senza la sua risata, i suoi sguardi? Come potrà, da sola, affrontare le crisi nervose di Vera, la loro unica figlia, una giovane brillante attrice che è andata a sposare quel Julius, quel vecchio insopportabile, quello schifoso? Come farà senza il suo Gricey, senza la sua voce in grado di incantare le platea di un teatro recitando Shakespeare come gli avventori di un bar raccontando una barzelletta? Come farà senza di lui?
La disperazione si insinua nella vita e nelle notti di Joan, nel freddo di quell’inverno del ’47. Ci si deve risollevare da una guerra, si deve sopravvivere a una morte. Ci si potrebbe scaldare con il gin, perché no? Porta calore e conforto, questo buon vecchio Zio, che di giorno si nasconde senza disturbare sullo scaffale più alto della cucina.

Fino a che una sera, a teatro, Joan vede un attore sconosciuto recitare nel ruolo che era stato di suo marito. E non ha dubbi. In quelle mosse, nelle sfumature della voce, dietro quegli occhi… lì dentro c’è il suo Gricey. Dentro quell’attore che non è altro che un contenitore c’è il suo amato Gricey e lei potrà riaverlo.

“Di sicuro lo ritenevamo morto noi, e pensarla altrimenti era follia, in tutta onestà, e anche straziante, povera Joan. Eppure sembrava che lei riuscisse a pensare entrambe le cose insieme, che era morto e anche che era vivo, nel corpo di un altro”.

Daniel Francis, Mr Stone, Frank… un misero attoruncolo, in fondo. Un contenitore per un uomo migliore, per un personaggio più grande. O forse solo un uomo innamorato e ambizioso. Meschino, ci verrebbe da sospettare. Chi lo sa, lo vedremo…
Intanto Joan lo riveste, povero e miserabile, con gli eleganti abiti di Gricey. Così importanti, gli abiti, per la gente di teatro. Per lei che li confeziona e li rende perfetti, per gli attori. Per Gricey, sempre così raffinato. E gli abiti si rivelano fondamentali per questa storia, per tutta la durata di questa storia. Come in questo momento, quando Joan, sistemando il bavero di una giacca del marito, scopre qualcosa di inaspettato: una piastrina con un simbolo.

Eccolo qui, il tradimento. Fascista, fascista, fascista! Questo dice quella piastrina. Fascista, fascista.

E lei, Joan, ebrea.

Il suo amato Gricey, la sua vita. Traditore. Menzogne.

“Ohhh, non lo sapevi, tesoro? Certo, odiava la tua gente. Ohhh, un vero camerata, il tuo Gricey.”
“Mi ha detto di non farmene un cruccio. Solo giovanotti che facevano stupidaggini, che se la prendevano di nuovo con gli ebrei. Che gli rompevano un po’ le scatole, del resto non siete come noi perciò pensano che non sia così grave.”

Ecco, questo è il quadro dentro il quale si svolge la storia, ricca e intricata, della Guardarobiera. I personaggi acquistano spessore con l’evolversi della vicenda, i rapporti cambiano, molte cose devono succedere.

Mi è piaciuto questo libro? Sono in difficoltà…
Di McGrath ho letto solo “Follia”. Lo considero un libro eccezionale, difficile da dimenticare, una delle migliori letture degli ultimi anni. Le premesse della Guardarobiera sono eccellenti, con mille spunti e un senso di dramma latente che promette sviluppi interessanti. McGrath è maestro nel descrivere atmosfere cupe e fredde. E leggendo questo libro il freddo lo senti eccome, fin dentro le ossa.
L’impressione che ho avuto, però, è che si sia voluto strafare. Ad un certo punto la storia si sviluppa in direzioni diverse che si intersecano solo con fatica, girando e rigirando su se stesse nello sforzo di mantenere coerenza. Come se l’autore fosse stato indeciso su due storie da pubblicare e avesse scelto di fonderle insieme, ricavandone un solo libro. Stacchi secchi, inversioni di rotta troppo brusche, cambi di umori e sentimenti accelerati. Troppa roba, ecco.

Non posso dire che non mi sia piaciuto questo libro. Diro così: ho letto Follia come primo libro di McGrath e mi è venuta voglia di leggere tutti gli altri suoi libri. Se avessi letto La guardarobiera prima di tutti gli altri probabilmente non sarei andata oltre.

Anna Massimino