La campana di vetro – Sylvia Plath

« Era sempre la stessa storia: adocchiavo un ragazzo e da lontano sembrava perfetto, ma non appena si faceva più vicino, scoprivo che non mi piaceva più. Era uno dei motivi per cui non intendevo sposarmi. L’ultima cosa che desideravo era la sicurezza assoluta ed essere il punto da cui scocca la freccia dell’uomo. Io volevo novità ed esperienze esaltanti, volevo essere io una freccia che vola in tutte le direzioni, come le scintille multicolori dei razzi il 4 luglio».

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19 anni. Nata e vissuta in provincia, ma grazie al tuo rendimento scolastico ti ritrovi catapultata a New York, per fare un bel praticantato per una rivista di moda, e hai un bel po’ di benefit, oltre al lavoro, hai le cene, hai le feste, puoi fare shopping, è tutto pagato. Teoricamente la situazione ideale per un giovane, la vita improvvisamente ti si spalanca in tutte le direzioni, dovresti sentirti la Regina del Pianeta. Praticamente immortale. Ti mettono davanti vassoi ricolmi di possibilità dorate, e tu devi solo sceglierne uno.
Ma tra la teoria e la pratica, tra sogno ed esperienza reale, c’è un abisso cupo, scuro.

“Sì, credo che avrei dovuto trovarla un’esperienza eccitante, come facevano quasi tutte le mie compagne, ma non riuscivo a provare niente. Mi sentivo inerte e vuota come deve sentirsi l’occhio del ciclone: in mezzo al vortice, ma trainata passivamente.”

La prima della classe inizia a sentirsi fuori dalla competizione, improvvisamente. Nessuno stimolo. Il libro, sotto questo profilo, è veramente terribile. Esther, l’alter ego della Plath, si vede spegnersi da sé, pagina dopo pagina, riga dopo riga assistiamo alla sua autodissoluzione, alla sua autodistruzione, l’arrivo del momento che tutti temiamo, quello in cui si è assolutamente convinti di non essere parte del mondo, di non essere parte di niente, di essere un minuscolo granello distorto in un ingranaggio enorme che quel granello non lo prevede. Sei inutile, sei inadeguato, non ce la puoi fare. Quando si rende conto che da quella macchina da scrivere non viene più fuori una parola, c’è il crollo definitivo.

“…mi sentii un’incapace totale. E il guaio era che lo ero sempre stata, solo che non mi ero mai fermata a pensarci….”

“Mi sentivo come un cavallo da corsa in un mondo senza ippodromi, o come un campione di calcio dell’università che si trova tutt’a un tratto di fronte Wall Street e al doppiopetto grigio, i suoi giorni di gloria ridotti alle dimensioni di una piccola coppa d’oro sulla mensola, con su incisa una data, come una lapide di cimitero.”

In quel periodo, negli anni ’50, in quell’America, una donna troppo intelligente, una poetessa, probabilmente era una stonatura. Un’anomalia. O ti sposi, da vergine, con un marito “brillante”, carriera avviata, ma non certo vergine come te, oppure conduci una vita più spensierata, libera, indipendente, anche sessualmente, ma finisci per pagarla cara, dando scandalo. Ovunque si girasse, la Plath vedeva scelte insopportabili, come gli uomini. O sei schiava del matrimonio, o sei schiava del tuo corpo.

Era una poetessa, era convinta di questo, era una scrittrice, ed era quello il suo Sogno. Ma si è scontrato con i voleri della società, che la volevano moglie e madre. E non c’era possibilità di far coincidere queste scelte, o prendevi una direzione oppure l’altra, e sempre saresti stata destinata alla sofferenza.

“Vidi la mia vita diramarsi davanti a me come il verde albero di fico del racconto.
Dalla punta di ciascun ramo occhieggiava e ammiccava, come un bel fico maturo, un futuro meraviglioso. Un fico rappresentava un marito e dei figli e una vita domestica felice, un altro fico rappresentava la famosa poetessa, un altro la brillante accademica, un altro ancora era Esther Greenwood, direttrice di una prestigiosa rivista, un altro era l’Europa e l’Africa e il Sudamerica, un altro fico era Costantin, Socrate, Attila e tutta una schiera di amanti dai nomi bizzarri e dai mestieri anticonvenzionali, un altro fico era la campionessa olimpionica di vela, e dietro e al di sopra di questi fichi ce n’erano molti altri che non riuscivo a distinguere.
E vidi me stessa seduta alla biforcazione dell’albero, che morivo di fame per non saper decidere quale fico cogliere. Li desideravo tutti allo stesso modo, ma sceglierne uno significava rinunciare per sempre a tutti gli altri, e mentre me ne stavo lì, incapace di decidere, i fichi incominciarono ad avvizzire e annerire, finché uno dopo l’altro si spiaccicarono a terra ai miei piedi.”

Tutti volevano che lei fosse come dicevano loro. Tua madre ti vuole sana e felice, anche se non conosce il senso di queste definizioni, e rifiuta ogni responsabilità personale, le amiche ti vogliono accondiscendente, sempre sorridente. Poi arrivano i medici, che pretendono di curarti da folle e pretendono da te la risposta ai loro dubbi e ai tuoi, a colpi di elettroshock e di ipnosi, e poi ti rispediscono alla tua vita nello stesso punto in cui l’avevano interrotta. Sylvia ha dovuto ricominciare ad imparare a leggere e a scrivere. In un certo senso un’impresa sovrumana, per una persona che ha vissuto 31 anni in altalena perenne, tra l’entusiasmo e la disperazione.

“L’aria mefitica” della campana di vetro si fa sempre più pressante e asfissiante, tenti di sfondarla, ma riesci appena a scalfirla. Non c’è scampo alcuno. La depressione ti stringe alla gola, e ti senti già fuori da questo mondo anche se ci resti ancora con il corpo. E’ un viaggio nella follia, ma talmente lucido e coerente che si resta senza parole. Perché ti trascina, e ti convince, anche. Comprendi che tutto era scritto, da quando perse il padre a otto anni, che il suo destino era segnato, ed era segnato così come lei ho ha intuito e descritto, anche il rapporto con gli uomini è stato una ricerca continua di colmare quel vuoto. Il tragico epilogo finale non è arrivato per un impulso improvviso di follia, è arrivato dopo un lucido ragionamento, preparato con determinazione fin dal principio della sua vita. Il suo era un equilibrio troppo, troppo fragile. Ogni inezia diveniva un problema ed un macigno. Non si può sempre camminare sull’orlo del baratro e non cadere mai. Leggere di lei e della sua vita, venire a conoscenza della sua personalità, ed era comunque una gran persona, è pericoloso, rischi di rimanere invischiato. E non è una cosa detta tanto per dirla, diverse persone che hanno vissuto a contatto con lei o con la sua opera letteraria sono poi cadute nel suo stesso burrone. Dobbiamo prendere la sua opera e maneggiarla con cura, traendone il meglio, il bello che c’era e che c’è, ed è tanto.
E’ un peccato, un dannato peccato, che il mondo abbia tentato di mettere Sylvia in una gabbia, invece che lasciarla libera di essere solo se stessa. Lasciandola completamente sola, con la testa infilata in quel forno. E quel pane e burro e due tazze di latte preparati con cura, sul comodino nella camera dei bambini, il suo ultimo ragionato atto di commiato, terribile e commovente.

Musica: Dark road, Annie Lennox
https://youtu.be/zl005muyttQ

Carlo Mars

Sylvia Plath – La campana di vetro #SylviaPlath

*Feci un respiro profondo e ascoltai il mio vecchio cuore; sono io, sono io, sono io*

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Dipende anche da come l’autunno ti si accovaccia addosso. Dipende dai fili, quelli che ti tengono appesa ai giorni, anche quelli che scappano e nemmeno ti sei ricordata ti dar loro un nomignolo. Dipende, poi, dalle circostanze, dalla grattugia dei minuti, dal caso, da come ha deciso di pettinarsi in quel periodo lì. Dipende dalle saccocce della tua memoria intima: quando le vuoti, se mai le vuoti, se ne hai voglia di vuotarle anche solo per guardare dentro il loro eco un paio di minuti. Dipende da un sacco di cose se un libro ti entra, se ti sfiora appena, se non ti tocca nemmeno. Bene, questo libro, in questo preciso momento della vita, mi ha attraversata. Non ha lasciato una cicatrice, ma ha aperto dei varchi rispetto ai colori che ricordavo ripensando a certe foto emotive. Non mi ha ferita, nonostante in alcuni momenti scalpiti incontrollato e con ferocia. Questo libro mi ha indovinata, non nella personalissima vicenda di cui vive, ma nelle pieghe che questa vicenda non ha nessuna voglia di nascondere. Guardare in faccia odio e amore e fragilità e impotenze non sempre è costruttivo. In questo caso per me lo è stato. E se volevo bene alla nudità della scrittura di questa donna, ora voglio ancor più bene alla nudità della sua visione. E nudità vuole dire totale assenza di compromesso fra ciò che è garbato osare e ciò che invece è vita, quella di nessun garbo e poca, pochissima riconoscenza.

rob pulce molteni

DESCRIZIONE

La vicenda prende avvio nell’estate del ’53; in una New York, simbolicamente opprimente per l’afa estiva, dove l’io narrante, Esther Greenwood, studentessa di college non ancora ventenne, fa praticantato presso una rivista femminile.
Come si apprender
à nel corso della successiva narrazione, ad attenderla alla fine di questa esperienza, Esther ha una madre, vedova sin da quando Esther era piccola, e una storia, in fase calante, con Buddy, classico american boy, carino, atletico, diplomato a Yale e futuro medico.
Con queste premesse, l’opportunità di lavoro e di libertà offerta dalla rivista, la scintillante vita modaiola con la quale Esther entra in contatto, insieme alla prospettiva di ammissione a un corso di scrittura, dovrebbero rappresentare un apice esaltante nella vita di questa giovane provinciale del Massachusetts. In realtà, sarà proprio a partire da qui che avrà inizio la disgregazione. L’incompatibilità tra ciò che “sente” di essere e ciò che invece “dovrebbe” essere secondo i convenzionali parametri sociali le si rivela, durante questa parentesi newyorkese, in tutta la sua drammaticità.
Interrompendo il praticantato, ritornerà a casa, ripiombando nel clima convenzionale e conflittuale di Boston dove, assorbita dalla depressione, si scoprirà incapace di qualunque azione presente e di qualsiasi progetto futuro. La discesa sarà inarrestabile fino al tentativo di suicidio e alla successiva, faticosa risalita verso la “normalità”.
Luciana Viarengo, Il male di scrivere

La campana di vetro (The Bell Jar) è l’unico romanzo di Sylvia Plath, originariamente pubblicato sotto lo pseudonimo di Victoria Lucas nel 1963. Il romanzo è semi-autobiografico, con i nomi di luoghi e persone cambiati per evitare oltraggi. Tuttavia, dopo il suicidio di Sylvia, il romanzo fu pubblicato con il suo vero nome, il che causò grande offesa. Una donna ritratta nel libro come “Joan” vinse il processo che riconobbe che il romanzo la etichettava ingiustamente come omosessuale.

Questo libro è spesso considerato un roman à clef, per la discesa verso la pazzia della protagonista parallela alle esperienze personali dell’autrice, affetta da grave psicosi maniaco-depressiva.