Agostino – Alberto Moravia #AlbertoMoravia #Bompiani

“Il ragazzo che ne è protagonista ha la rivelazione, durante un’estate in Versilia, dell’esistenza del male: il male come non-purezza, come debolezza, corruzione e abbandono alla insidiosa potenza degli impulsi vitali (in primo luogo il sesso). La primitiva ispirazione rigoristica, che è all’origine del libro, si risolve in una sorta di languore, che lo scrittore identifica con grande maestria nella spossatezza sfibrante di un’estate assolata lungo la spiaggia…”

Geno Pampaloni

Quando nel 1944 Alberto Moravia tornò a Roma, al seguito delle truppe alleate, era praticamente un autore che ricominciava, anzi cominciava in quello stesso momento. Il romanzo breve Agostino fu il capolavoro che gli consentì di conquistare i riconoscimenti della critica e del pubblico. Agostino è la storia di un’iniziazione sessuale. Da una parte, un ragazzo di tredici anni che è ancora un bambino; dall’altra la madre, vedova, ma ancora fiorente e desiderosa di vivere. Durante una vacanza al mare i rapporti tra il figlio e la madre si guastano, si corrompono d’inquietudine. Per il ragazzo sarà necessario approdare a un’autentica crisi, una lacerazione che gli consentirà di ripartire poi a ricomporre il mondo, a farsi una ragione della vita. Con testi di Umberto Saba e Carlo Emilio Gadda.

Agostino e il complesso di Edipo. Agostino e la maturazione sessuale che stenta a definirsi e lo lascia nel limbo di un bambino che sta diventando ragazzino, un ragazzo che si vergogna delle sue pulsioni e che ha come riferimento femminile sua madre, cosa che lo turba e lo fa sentire a disagio. Moravia dimostra grande coraggio affrontando negli anni ‘40 un argomento tabù (mi ha ricordato Pasolini) senza girarci attorno e con una schiettezza disarmante tanto che Umberto Saba commenterà sdegnato che Agostino pur essendo ben scritto è un cattivo libro perché “insudicia amore”.

“Egli avvertiva che l’affetto di un tempo stava cambiandosi in un sentimento tutto diverso, insieme obbiettino e crudele; e gli pareva che quelle ironie pesanti, per il solo fatto di affrettare questo cambiamento, andassero ricercate e coltivate. Perché poi desiderasse tanto non amare più sua madre, perché odiasse questo suo amore, non avrebbe saputo dirlo. Forse per il risentimento di essere stato tratto in inganno e di averla creduta così diversa da quella che era bella realtà; forse perché, non avendo potuto amarla senza difficoltà e offesa, preferiva non amarla affatto e non vedere più in Lei che una donna”.

Agostino inizia a percepire sua madre come una donna, come un essere sessuato e ne resta profondamente sconvolto per due motivi e cioè perché avverte in sua madre una attrazione sessuale verso un conoscente che la lacera e la sconquassa e sia perché è lo stesso Agostino ad essere turbato dalla prima donna di cui vede o intravede la nudità. Racconto bellissimo ma aspro, beffardo, pungente come sono tutti i romanzi di Moravia.

Barbara Gatti

Il libro venne scritto nel 1942 ad Anacapri nel mese di agosto, da cui deriva il titolo, ma non fu pubblicato a causa del veto della censura fascista per l’argomento considerato troppo scabroso. Dopo la prima edizione del 1943 presso la casa editrice «Documento» dell’amico Federico Valli in tiratura limitata di 500 copie a Roma, perché l’autorizzazione era stata appunto negata, il libro fu ripubblicato nel 1945.

All’edizione provvide Valentino Bompiani con due diverse sovracoperte – la prima con un ritratto di Moravia e la seconda con un’illustrazione a colori de “La Spiaggia ” di Georges Braque – e due illustrazioni di Renato Guttuso, vincendo il premio istituito dal Corriere Lombardo, il primo premio dopo la caduta del fascismo. Unanimemente considerato una delle più perfette opere narrative di Moravia, il romanzo fu incluso nel volume Opere 1927-1947, curato da Geno Pampaloni.

Philipp Meyer – Il figlio #philippmeyer @Einaudieditore

il-figlio-Philipp-Meyer

 

“It had become clear to me that the lives of the rich and famous were not so differ from the lies of the Comanches: you did what you pleased and answered to no one.”

Letto a inizio estate. Un uomo e la sua famiglia nel Texas da fine ‘800 ai giorni nostri: la vicenda di una famiglia come metafora degli USA con grandezze e miserie.
Mi è piaciuta la storia, e la tecnica narrativa usata: Meyer usa tre diversi punti di vista. Il vecchio capostipite che racconta in prima persona; il figlio che tiene un diario. Infine la nipote le cui vicende sono raccontate in terza persona. Ogni capitolo dedicato ad un personaggio, con tre filosofie di vita differenti: il vecchio cresciuto sul “confine” alla fine dell’epopea western. Il figlio, indegno agli occhi di un uomo sopravvissuto a un’ epoca. La nipote combattuta tra modernità e emulazione di quegli uomini da cui è circondata e scansata. Epica americana con troppi vinti: indiani e manager, messicani e yankee, forti e deboli, generosi e cinici, vili e coraggiosi. Un ottimo libro, dall’autore di  Ruggine americana.

marco moretti

DESCRIZIONE

Traduzione di Cristiana Mennella – Einaudi Supercoralli

La storia appassionante e avventurosa di una famiglia texana, i McCullough, attraverso le voci di tre narratori indimenticabili: il capostipite Eli, ora centenario e noto a tutti come «Il colonnello», suo figlio Peter, chiamato «la grande delusione» per la sua incapacità di incarnare la visione paterna, e la pronipote di Eli, Jeanne Anne, che, da ultima erede dell’impero familiare, deve affrontare la partita finale con il destino.

Dalle grandi praterie annerite da immense mandrie di bisonti, agli smisurati ranch di proprietà di un pugno di allevatori che regnavano come monarchi assoluti su schiere di vaqueros, al paesaggio arido e desolato punteggiato dalle torri dei campi petroliferi, la storia del Texas occidentale è la storia di un susseguirsi di massacri, la storia di una terra strappata di mano piú e piú volte nel corso delle generazioni. E inevitabilmente anche la storia dei McCullough, pionieri, allevatori e poi petrolieri, è una storia di massacri e rapine, a partire dal patriarca Eli, rapito dai Comanche in tenera età e tornato a vivere fra i bianchi alle soglie dell’età adulta, per diventare infine, sulla pelle dei messicani e grazie ai traffici illeciti fioriti nel caos della Guerra Civile, un ricchissimo patrón. Ma se Eli McCullough, pur sognando la wilderness perduta, non esita ad adattarsi ai tempi nuovi calpestando tutto ciò che ostacola la sua ascesa, suo figlio Peter sogna invece un futuro diverso, che non sia quello del petrolio che insozza la terra e spazza via i vecchi stili di vita, e non può che schierarsi con trepida passione dalla parte delle vittime. La storia, però, la fanno i vincitori, ed ecco allora Jeanne, la pronipote di Eli, magnate dell’industria petrolifera in un mondo ormai irriconoscibile, in cui di bisonti e indiani non c’è piú neanche l’ombra, e i messicani sono stati respinti al di là del Rio Grande. Toccherà a lei affrontare, nel modo piú letterale possibile, un tragico e inesorabile ritorno del rimosso. Dopo aver esplorato, in Ruggine americana, le rovine dell’impero industriale statunitense, in questo romanzo western anomalo e modernissimo, fortemente politico e per nulla ideologico, Philipp Meyer indaga senza reticenze le origini di quello stesso impero, per raccontarci quanto è sempre stato sottile il confine che separa l’eroismo dalla ferocia.