Non è un paese per vecchi – Cormac McCarthy #CormacMcCarthy

non-e-un-paese-per-vecchi_1

Questo romanzo ha la facciata del classico thriller, droga, spacciatori, omicidi, sparatorie, inseguimenti, un uomo ne insegue un altro e lo sceriffo che insegue entrambi. Ma non è questo, il succo.
Il succo è la riflessione sulla perdita dei valori, che inizia con movimenti impercettibili per poi arrivare al disastro finale. Il tempo che passa, nella vita, ti fa perdere i contorni netti delle convinzioni che avevi da giovane, le cose in cui credevi le perdi di vista, ti ritrovi in un mondo diverso da quello in cui eri e diverso da quello in cui avevi creduto di poterti trovare un giorno, e ti senti perso, spaesato, e colpevole, per non aver previsto o per non aver fatto nulla di buono o di meritevole o di sensato. E il tuo passato non lo cancelli, sei arrivato in questo presente grazie a tutti i passi che hai fatto prima. E che nessuno può cancellare.

“Tu credi che quando ti svegli la mattina quello che è successo ieri non conta. Invece è l’unica cosa che conta. La tua vita è fatta dei giorni che hai vissuto. Non c’è altro. Magari pensi di poter scappare via e cambiare nome o non so cosa, di ricominciare daccapo. E poi una mattina ti svegli, guardi il soffitto, e indovina chi è la persona sdraiata nel letto?”

La trama ti tiene incollato, questo romanzo si legge in poche ore, non si riesce a staccarsene. Ma è il flusso di coscienza narrato dallo sceriffo Bell, il fulcro e la parte migliore. Ad inizio di ogni capitolo lui riflette, ricorda il passato, ripercorre la sua vita, e si domanda di continuo il perchè della violenza e del male. E si flagella, lucidamente, per non essere riuscito a fare quel che doveva e poteva fare. La sua voce è la nostra voce, una coscienza amara, che non trova risposte alle tante domande.
Bell è il buon senso. Moss è l’uomo normale che decide di deviare dalla sua strada priva di guai. Chigurh è il male assoluto, senza remore, senza spiegazioni. E non dimentico di certo le due figure femminili, perchè mi hanno commosso. E anche perchè è solo nelle mani di una di loro, che si intravede la fiammella della speranza, di una consolazione.
Siamo nel Texas, cornice adatta a questo moderno western, e i cowboy sono sempre pieni di giustizia, nell’anima, ma appaiono demotivati, stanchi, spiazzati. Forse c’è ancora un filo di speranza, ma davvero si fa sempre più fatica ad intravederla, in un mondo dominato dal denaro, dove il Male è sempre nettamente più a suo agio e vitale, rispetto al Bene.
Il Male ha sempre le idee più chiare, non c’è niente da fare.
Ancora una volta il “sogno americano” preso a cazzotti e spedito al tappeto.

“Penso che quando non si dice più “Grazie” e “Per favore” la fine è vicina.”

Un romanzo crudo, amarissimo. E un sincero fanculo a McCarthy gliel’ho spedito, perchè a un certo punto non mi attendevo la coltellata che mi ha rifilato. Però bravo, adoro la sua scrittura, netta, precisa, senza fronzoli, ti arriva addosso in un secondo e ti entra dentro in mezzo decimo, esattamente come un colpo di pistola, tra i tanti descritti qui. E una capacità meravigliosa di descrizione dei personaggi. Per me anche questo romanzo è un piccolo capolavoro, dopo La strada, a cui penserò per parecchio tempo ancora, stordito.

Musica: Grace, Jeff Buckley
https://www.youtube.com/watch?v=A3adFWKE9JE

Carlo Mars

Stirpe – Marcello Fois #MarcelloFois

Una stirpe, quella dei Chironi, il cui destino è impastato di amore e invidia, dolore e felicità – proprio come quello di tutte le famiglie”.stirpe

Ancora un romanzo in cui storia personale di una famiglia si interseca alla Storia pubblica. Dalla fine dell’800 fino alla fine della seconda guerra mondiale. La famiglia Chironi, nata dal nulla, da due orfani, Michele Angelo e Mercede, “lui fabbro e lei donna”, e tanto basta. Un amore particolare, due caratteri particolari e diversi, che danno vita alla “stirpe”. Tanta fatica, tanta onestà, per riuscire ad arrivare ad una prosperità economica, ad una saldezza di vita. Ma questa agiatezza viene messa a durissima prova, «la felicità non piace a nessuno che non ce l’abbia». Come se la felicità e l’infelicità fossero sempre su di una bilancia, e quando pende dalla parte positiva devi sempre attenderti il rovescio della sorte. E non sai con chi prendertela. Se con un Dio che non ascolta, o con un cielo che è troppo bello, troppo terso, rispetto alla crudeltà di ciò che accade su questa misera terra, abitata da uomini malvagi e stupidi. Il mestiere di fabbro è l’emblema di un uomo e di tutta la sua famiglia, sempre incastrata tra incudine e martello, sempre costretta a piegarsi, a soggiogarsi come metallo, una volta a indurirsi, l’altra a piegarsi, l’altra ancora a fondersi, per resistere strenuamente ai colpi della vita. Le domande sono tante, perché soprattutto una felicità domestica, una fortuna guadagnata con lavoro onesto, debba subire questa durissima legge del contrappasso, che ci fa capire quanto siamo appesi ad un filo…. “guardare una parte di sé che cresce e si sviluppa era come avere la certezza di non morire mai. Ma, allo stesso tempo, anche avere la certezza che per sopravvivere bisogna rassegnarsi a morire”, “perché non c’è genia, da che mondo è mondo, che sia nata forte e invincibile se nutrita di lacrime”. Un dolore immenso e rassegnato, perché la vita è questa, e tocca adattarsi. I temi della paternità, della maternità, arrivare a dire che i genitori hanno il solo compito di amare i propri figli, qualunque cosa accada, non aspettandosi altro in cambio, anzi mettendo in conto ogni colpo della sorte avversa. E resistere, sempre. Prima non capendone i motivi, poi cedendo, rassegnandosi alla sconfitta, quasi. Ma in fin dei conti mai mollare, perché tutto potrebbe mutare ancora, e trovare infine un senso a tutto.
Stirpe è scritto con una prosa meravigliosa, che ti fa amare la lingua italiana, antica, ricca di metafore, molto raffinata però, con gli intermezzi del dialetto sardo molto ben usato e diluito. Una scrittura che non ti stanca mai. Una precisa descrizione dell’animo umano e anche della Sardegna intera, e della storia.
Mi hanno commosso tanti brani del libro, ma soprattutto il finale. La descrizione della lavorazione del metallo paragonata alla crescita di un figlio, di un essere umano, pagine che copierei e incollerei per intero. E l’incontro finale che apre alla speranza della vita.

carlo mars