Una cosa divertente che non farò mai più – David Foster Wallace #DFW

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Primo contatto con Wallace.
Ho scientemente voluto un approccio “morbido”, dato che ho sempre pensato che DFW (quanto fa figo scrivere l’abbreviazione, ho voluto provarlo, sto brivido..) sia un autore troppo ostico per la mia comprensione, oltre al fatto che la sua elezione a Genio della Letteratura Mondiale mi è parsa più dovuta alla sua prematura morte che ad altro, ma queste sono solo illazioni personali, non ho mai letto nulla di lui e dunque le deduzioni extrasensoriali non dovrebbero avere alcuna valenza di prova, in un fantomatico tribunale dei lettori… in ogni caso tendo sempre a sfuggire come la peste gli autori presentati da qualcuno con frasi tipo “o leggi questo oppure non sei degno di vivere”, e con Wallace questo è capitato più volte. Un amore postumo che mi è sempre sembrato forzatissimo e troppo smielato, e troppo carico di parole inutili, quindi probabilmente non sincero.

Comunque eccoci qui, questo è il famoso saggio/reportage/articolo/racconto che Wallace scrisse su mandato di una rivista, Harper’s. Una cosa che somiglierebbe a una specie di marchetta, ma siccome Wallace scrive subito che lo è, allora viene emendato da tale colpa immediatamente.
Chi ha commentato prima di me ha giustamente scritto che si tratta di critica al capitalismo, al consumismo, ad un modo di vivere superficiale, e che questo tipo di vacanza massificata rappresenta in pieno. E che fa ridere, molto, in diverse situazioni.
Dunque che dire altro?
Solo una cosa. Il fatto che Wallace abbia scelto di porre termine ai suoi giorni prematuramente, mi condiziona. E che dentro e dietro l’ironia, il sarcasmo, la simpatia e le risate che in questo libro ti capita di trovare, c’è un mondo cupo di dolore, disperazione, solitudine. Lo dice lui, non ho dovuto estrapolare reconditi significati.
Siamo deportati, una massa di deportati verso il non-pensiero, dobbiamo divertirci, spegnere la mente, non pensare a nient’altro che al vizio di essere coccolati, massaggiati, spupazzati, in qualsiasi modo. Se ti fermi a pensare, sei già morto. Tutto è programmato alla perfezione, è chiaro che sia tutto artificioso, ci sono migliaia di persone, esseri umani, che non si stanno affatto divertendo, ma stanno lavorando duramente, che stanno sorridendo solo perché pagati affinché tu vacanziere sorrida e sia rassicurato, e perché tu, vacanziere, nonostante sia sicurissimo che è tutto artificioso, non vada in giro a chiederti a cosa serva, se è artificioso. Vieni guidato, vieni incanalato, vieni portato non dove vuoi tu, ma dove vogliono “loro”, e ci vieni portato insieme alla massa, mai da solo. I percorsi individuali, quelli dove potresti scoprire quel che non devi, non sai, e quelli che ti farebbero magari pensare, non sono contemplati. La vacanza, come la vita, va vissuta così, lasciandosi trascinare, magari con musica assordante di sottofondo, perché se ti metti a riflettere c’è il grosso rischio che tu cada nel baratro della depressione.
Non è un reportage sui croceristi che ha vivisezionato, alla fine ha vivisezionato se stesso. E così mi restano in mente solo questi brani, potevo ricordare diversi pezzi sarcastici e divertenti, e invece no:
“In queste crociere extralusso di massa c’è qualcosa di insopportabilmente triste. Come la maggior parte delle cose insopportabilmente tristi, sembra che abbia cause inafferrabili e complicate ed effetti semplicissimi: a bordo della Nadir – soprattutto la notte, quando il divertimento organizzato, le rassicurazioni e il rumore dell’allegria cessavano – io mi sentivo disperato. Ormai è una parola abusata e banale, disperato, ma è una parola seria, e la sto usando seriamente. Per me indica una semplice combinazione – uno strano desiderio di morte, mescolato a un disarmante senso di piccolezza e futilità che si presenta come paura della morte. Forse si avvicina a quello che la gente chiama terrore o angoscia. Ma non è neanche questo. È più come avere il desiderio di morire per sfuggire alla sensazione insopportabile di prendere coscienza di quanto si è piccoli e deboli ed egoisti e destinati senza alcun dubbio alla morte. E viene voglia di buttarsi giù dalla nave.”

“Ora, io ho trentatré anni, e sento di aver già vissuto tanto e che ogni giorno passa sempre più velocemente. Ogni giorno sono costretto a compiere una serie di scelte su cosa è bene o importante o divertente, e poi devo convivere con l’esclusione di tutte le altre possibilità che quelle scelte mi precludono. E comincio a capire che verrà un momento in cui le mie scelte si restringeranno e quindi le preclusioni si moltiplicheranno in maniera esponenziale finché arriverò a un qualche punto di qualche ramo di tutta la sontuosa complessità ramificata della vita in cui mi ritroverò rinchiuso e quasi incollato su di un unico sentiero e il tempo mi lancerà a tutta velocità attraverso vari stadi di immobilismo e atrofia e decadenza finché non sprofonderò per tre volte, tante battaglie per niente, trascinato dal tempo. E’ terribile. Ma dal momento che saranno proprio le mie scelte a immobilizzarmi, sembra inevitabile, se voglio diventare maturo, fare delle scelte, avere rimpianti per le scelte non fatte e cercare di convivere con essi.”

Gli “esperti professionisti” a cui si affida la propria vita e il proprio piacere, in crociera, sono gli stessi esperti professionisti a cui affidiamo, in generale, la nostra vita ogni giorno. Dietro quella bella vita patinata, dove ti viene promesso che non dovrai fare “assolutamente niente”, c’è un sistema perverso, anche malvagio. Ed è proprio la conclusione che alla fine non hai fatto niente, ad essere drammatica. E che ti fa pure sentire in colpa, se fai resistenza nell’entrarvi. Se rifiuti di giocare, di ammassarti con gli altri, sei tu quello strano, non loro. Wallace comunque non si è messo sul piedistallo da intellettuale spocchioso, si è messo in gioco, ha voluto calarsi nell’agone, per vedere gli effetti su se stesso, e più volte poi si è lasciato viziare, e con piacere, pure, comprendendo quanto sia difficile tirarsi fuori da un mondo così maledettamente programmato. Un mondo che è fatto di vuoto pneumatico, e più si rende conto di questo, più costruisce paradisi artificiali per non pensare alla propria pochezza strutturale. Un mondo messo in piedi anche per non pensare alla morte, o a procrastinarne il pensiero. Un motore enorme che ci guida, ma di cui sentiamo solo un sommesso ronzio.

Non penso che Wallace volesse che cambiassimo solo il nostro punto di vista sulla crociera. Penso volesse far capire che in quell’enorme condominio galleggiante ci siamo un po’ tutti, è la nostra vita, che facciamo galleggiare in modo incoerente. Non c’è condanna di nessuno, penso ci sia solo la constatazione che siamo umani, e che spesso non c’è soluzione a niente.

Musica: Not as we, Alanis Morissette
https://youtu.be/1pOjcAiMZO4

Infinite Jest – David Foster Wallace #DFW #InfiniteJest

«Infinite Jest è un’opera colossale sull’America e sui suoi bisogni, sulla dipendenza, sulla perdita, sul desiderio. In Infinite Jest DFW reimmagina ex novo il romanzo e lo ricrea, scoprendone ancora una volta tutta la grandiosità e la mostruosa potenza». Rick Moody

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Manco tantissimo da questo gruppo (uno dei miei preferiti eh!!) ma con mia figlia di 10mesi e mezzo è davvero difficile trovare il tempo per leggere…mentre l’anno scorso ai 50 ci sono arrivata facile facile, quest’anno è tanto se arrivo ai 10. Al momento sono a quota tre…e il terzo l’ho concluso or ora. Non riesco a scrivere una recensione decente perché i criceti nel mio cervello sono andati in pappa. Un libro che più ho odiato che amato, e che forse non ho capito fino in fondo. Però almeno dopo una decina di tentativi sono riuscita a finire. Amen.

Ivana V.

Daniele: E’ quel genere di libro che quando lo finisci pensi: che cosa è successo? 

È quel genere di libro in cui niente ha importanza, nè lo stile nè la storia, puoi leggere una pagina al giorno e dimenticarla subito, a me ha attivato il cervello come nessun altro, e questa è l’unica cosa che mi ricordo, se dovessi fare un riassunto direi che è la storia di uno che gioca a tennis che si fa un sacco di seghe mentali.
DESCRIZIONE
Infinite Jest (1996) è un romanzo di David Foster Wallace. L’opera, che si compone di oltre mille pagine, è principalmente ambientata a Boston (nel Massachusetts), e prende luogo in un futuro imprecisato ma non troppo lontano dal periodo in cui essa fu pubblicata. Il romanzo tocca argomenti diversi, quali il tennis, come metafora dell’agonismo nella società americana e delle “infinite soluzioni in uno spazio finito”; la dipendenza dalle sostanze stupefacenti e i programmi di recupero, vero fulcro su cui ruota la maggior parte delle vicende del libro; gli abusi sui minori; la pubblicità e l’intrattenimento popolare, nelle loro forme parossistiche e alienanti; le teorie cinematografiche e il separatismo quebecchese.
Il romanzo prende il nome, almeno in parte, da un verso dell’Amleto, in cui il principe danese fa riferimento a Yorick, il buffone di corte: “Ahimè, povero Yorick! L’ho conosciuto, Orazio: un compagno di scherzi infiniti (infinite jest, in lingua originale)”. A tale citazione si fa allusione molte volte, dato che la compagnia cinematografica di James Incandenza si chiama “Poor Yorick Productions”.

Trama

La trama del libro s’incentra sulla cartuccia smarrita di un film, a cui spesso nel libro si fa riferimento denominandola “l’Intrattenimento”, ma intitolata Infinite Jest dal suo autore, James Incandenza. La visione del film produce un vero e proprio piacere fisico talmente intenso che i suoi ignari spettatori dopo pochi istanti diventano catatonici e perdono qualsiasi interesse per tutto ciò che non sia l’infinita visione del film. La cartuccia rappresenta l’incarnazione estrema della dipendenza, uno dei temi centrali del romanzo, che si svolge in gran parte nell’accademia di tennis fondata da Incandenza (l’ETA) situata nei sobborghi di Boston, e nell’attigua casa di recupero e reinserimento per tossicodipendenti (l’Ennet House) in cui presta servizio Don Gately, un ex ladro d’appartamenti e tossicodipendente in via di reinserimento. Nel mondo futuristico del romanzo, il Nord America è uno stato unico composto dagli Stati Uniti, dal Canada e dal Messico, denominato Organization of North American Nations (O.N.A.N., un acronimo che richiama con chiarezza la pratica della masturbazione o onanismo). Le grandi imprese acquistano il diritto di dare il nome a ciascun anno del calendario e da ciò, ad esempio: “Anno del Pannolone per Adulti Depend”. Inoltre, quelli che una volta erano gli Stati Uniti del nord est sono diventati un’enorme e insalubre discarica annessa al Quebec, in cui confluiscono le scorie del processo di anulazione, conosciuta come “La Grande Concavità”. Di converso, il Canada tende a non voler riconoscere il territorio come proprio (per ovvii motivi): si tratta, insomma, di una terra di nessuno.