Le notti di Salem, Stephen King

Salem’s lot.

Salem's-Lot

Salem e’ il diminutivo di Jerusalem.
‘ Il paese deve il suo nome a una grossa scrofa di nome Jerusalem. Un giorno Jerusalem era scappata nel bosco, dove era inselvatichita e diventata pericolosa. Tanner (il proprietario) prese così l’abitudine di tenere alla larga i ragazzini gridandogli: 
‘State lontani dal bosco di Jerusalem (Jerusalem’s wood lot) se no vi sbusa la pancia!’ Lo sgrammaticato ammonimento diventò proverbiale, e a poco a poco il luogo ereditò quel nome. Il che non significa molto, se non forse che in America anche un porco può aspirare all’immortalità’.

Ormai Stephen King non è più considerato solo uno scrittore di horror. Perché le sue storie paurose sono anche metafore per giudizi severi su patria, istituzioni, famiglia, ‘normalità”,che possono diventare falsi valori sotto cui si celano abusi, soprusi, sopraffazioni,
degli adulti su bambini, degli uomini sulle donne, del più forte sul più debole. Se non hai la fede, non puoi vincere sul vampiro, non basterà essere un prete. Se non credi nella forza della giustizia , nella possibilità del bene, i mostri ti ridurranno come loro. Perché i mostri si annidano dove meno te lo aspetti, ti attaccano dove sei più debole, e se sei solo. Se si è capaci di spogliarsi degli strati di indifferenza, disillusione, scontatezza che ti ha messo addosso la vita, forse si possono vincere i mostri: bisogna credere che è giusto combatterli solo perché è giusto. Devi tornare bambino, forte perché circondato dai tuoi amici, quando nei mostri ci credevi.

‘..le paure (degli adulti ) erano così domestiche: il lavoro, lo stipendio , il vestitino nuovo al bambino perché non debba sfigurare a scuola. Roba da ridere se paragonata al terrore del bambino quando, spenta la luce, i mostri vengono a rintanarsi ai piedi del suo letto, appena fuori del suo campo visivo.. Simili terrori, oltretutto, non si possono confidare a nessuno, se non forse a qualche coetaneo, la stessa battaglia disperata dev’essere combattuta una notte dopo l’altra, e l’unica cura e’ l’atrofizzazione finale di ogni facoltà fantastica che sopravviene o forse coincide con l’età adulta .’

Insomma, solo se rimani un po’ bambino puoi riconoscere i mostri, e non diventare come loro.

Quella che ho letto io è un’edizione vecchissima. Ne è uscita una nuova da qualche anno, con illustrazioni,  due racconti (un prequel e un sequel della vicenda, rispettivamente Jerusalem’s lot e Il bicchiere della staffa, entrambi contenuti nella raccolta A volte ritornano e già pubblicati) e varie scene inedite. In realtà questo non è un romanzo “diverso” come per intenderci è successo nella nuova edizione dell’Ombra dello scorpione, in cui tutte le parti tagliate all’epoca dall’editore furono integrate da King. Qui rimane lo stesso romanzo originario, con le note e alcuni passi e scene tagliate. che continuano a essere tagliate, le si legge a parte.

Claudia Venturi

 

Muchachas 1, 2, 3 – Katherine Pancol

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Muchachas 1, 2, 3.
Katherine Pancol.

‘Vienne la nuit sonne l’heure
Le jours s’en va je demeure
Et nos amours
Faut-il qu’il m’en souvienne
La joie venait toujours apres la peine.’
Guillaume Apollinaire, Le pont Mirabeau.

‘Venga la notte, suoni l’ora,
I giorni se ne vanno, e io rimango.
E i nostri amori
me lo devo ricordare
la gioia veniva sempre dopo il dolore. ‘
Me lo devo ricordare, dice Apollinaire. E se lo deve ricordare perché lui, come la maggior parte dei poeti, non era una persona leggera. Sulla leggerezza c’è già stato in questo gruppo un mini dibattito, e forse è un tema che necessiterebbe di un approfondimento ( eh eh ). Secondo me è un valore: la capacità di non disperare anzitempo, di capire cosa è veramente grave, di cercare il lato buono della situazione, di saper aspettare per vedere come va. Forse l’ottimismo, a cui è stata paragonata, ne è solo una parte.
Katherine Pancol e’ sicuramente una scrittrice leggera. Scrive storie in cui le donne per la maggior parte sono generose, intelligenti e capaci di risollevarsi e combattere, e per la
minor parte stupide, egoiste, arriviste, e in cui gli uomini per la maggior parte sono stupidi, egoisti, violenti, e per la minor parte generosi, intelligenti e coraggiosi.
Scrive principalmente per lettrici.
E le avventure dei suoi personaggi proseguono per ben sei libri! Due trilogie, la prima dal 2008 al 2011: Gli occhi gialli dei coccodrilli, Il valzer lento delle tartarughe, e Gli scoiattoli di Central Park sono tristi il lunedì. E poi adesso queste tre Muchachas. Io, che ho sempre sognato, quando finisco un libro che mi è piaciuto, di avere la possibilità di continuare ancora a seguire nel tempo le vite dei personaggi, negli anni li ho letti tutti. A volte non mi piace la sua scrittura, a tratti enfatica e ridondante. E tende a non caratterizzare i personaggi, assimilandoli troppo nelle varie tipologie. Però la sua capacità di raccontare argomenti pesanti in modo leggero, come se implicitamente suggerisse una potenzialità di lieto fine, ti fa sentire bene.

Claudia Venturi

‘Dovete pensare che qualcosa sta accadendo in voi, che la vita non vi ha dimenticato, che vi tiene nella sua mano, non vi lascia cadere. Perché volete voi escludere alcuna inquietudine, alcuna sofferenza, alcuna amarezza dalla vostra vita, poiché non sapete ancora che cosa tali stati stiano facendo nascere in voi?’
Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta.