Suite francese – Irène Némirovsky #suitefrancese

Irène Némirovsky Suite francese

Traduzione di Laura Frausin Guarino
Biblioteca Adelphi

Qualche anno fa lessi “Jezabel”, della Nemirovsky, divorandolo in poco tempo e amandolo dalla prima all’ultima parola. Sull’onda dell’entusiasmo decisi di comprare “Suite francese”, della stessa autrice, per poi dimenticarlo e leggere altro. Questa settimana mi è capitato tra le mani e ho dedicato ogni minuto di tempo libero per leggerlo tutto; ne è valsa la pena: è stato un viaggio bellissimo. So che è già stato recensito in tutte le salse, ma davvero posso solo dire Leggetelo.

Il romanzo è incompleto, ma non è l’incompletezza del romanzo in sé a lasciarmi l’amaro in bocca, bensì la prematura dipartita di una scrittrice che avrebbe potuto regalarci ancora moltissime opere. Leggere la Nemirovsky significa sentirne la mancanza.

“Sarà dura, pensavano i parigini. Aria di primavera. Una notte di guerra, l’allarme. Ma la notte svanisce, la guerra è lontana. Quelli che non dormivano, i malati nei loro letti, le madri con un figlio al fronte, le donne innamorate con gli occhi sciupati dal pianto, sentivano il primo soffio della sirena, ancora solo un ansito profondo simile al sospiro che esce da un petto oppresso. In pochi istanti il cielo tutto si sarebbe riempito di clamori. Che venivano da lontano, dall’estrema linea dell’orizzonte – senza fretta si sarebbe detto. Quelli che dormivano sognavano il mare che spinge davanti a sé i ciottoli e le onde, la tempesta di marzo che scuote la foresta, una mandria di buoi che galoppano pesanti facendo tremare il suolo con gli zoccoli; ma il sogno finiva e socchiudendo appena gli occhi gli uomini mormoravano: «È l’allarme?»”

Giulia Baldo
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Sonderkommando Auschwitz – Shlomo Venezia #olocausto #sonderkommando

shlomo

« Altre volte mi hanno chiesto, per esempio, se qualcuno sia mai rimasto vivo nella camera a gas. Era difficilissimo, eppure una volta è rimasta una persona viva. Era una bambina di circa due mesi. All’improvviso, dopo che hanno aperto la porta e messo in funzione i ventilatori per togliere l’odore tremendo del gas e di tutte quelle persone – perché quella morte era molto sofferta – uno di quelli che estraeva i cadaveri ha detto: “Ho sentito un rumore”. Normalmente quando uno muore, dopo un po’ finché non si assesta, il corpo ha dentro dell’aria e fa qualche rumore. Abbiamo detto: “Questo poverino, in mezzo a tutti questi morti, comincia a perdere il lume della ragione”. Dopo una decina di minuti ha sentito di nuovo. Abbiamo detto: “Tutti fermi, non vi muovete”, ma non abbiamo sentito niente e abbiamo continuato a lavorare. Quando ha sentito di nuovo, ho detto: “Possibile che senta solo lui? Allora fermiamoci un po’ di più e vediamo cosa succede”. Infatti, abbiamo sentito quasi tutti un vagito da lontano. Allora uno di noi sale sui corpi per arrivare laddove veniva il rumore e si ferma dove si sente più forte. Va vicino e, insomma, là c’era la mamma che stava allattando questa bambina. La mamma era morta e la bambina era attaccata al seno della mamma. Finché riusciva a succhiare stava tranquilla. Quando non è arrivato più niente si è messa a piangere – si sa che i bambini piangono quando hanno fame. La bambina era quindi viva e noi l’abbiamo presa e portata fuori, ma ormai era condannata. C’era l’SS tutto contento: “Portatela, portatela”. Come un cacciatore, era contento di poter prendere il suo fucile ad aria compressa, uno sparo alla bocca e la bambina ha fatto la fine della mamma. Questo è successo una volta in quella camera a gas. Ci sono tanti racconti, ma io non racconto mai cose che hanno visto gli altri e non io. »

Da un’ intervista a Shlomo Venezia, lessi il suo libro tempo fa,anzi, più precisamente il suo resoconto.Lo consiglio : […] “Scesi dal treno davanti a tutti perché volevo aiutare mia madre, ma un soldato mi ha colpito alla testa con un manganello. A calci mi ha messo in fila con altre persone. Non ho mai più rivisto mia madre e le mie sorelle”.
Lo scrittore, passata la selezione prima di entrare nel campo (“Dei 1.500 scesi dal treno, sono stati selezionati 220 ragazzi e 110 ragazze. Gli altri mandati subito a morire”), fu tatuato e mandato a lavorare (“Ci vennero a prendere dicendo che serviva qualche pezzo. Avevamo smesso di essere persone, eravamo pezzi da lavoro”). Fece il barbiere nel famoso Sonderkommando: il suo compito era tagliare i capelli ai morti nelle camere a gas, da cui poi si facevano tessuti e moquette per i sommergibili.
Solo in un secondo momento scoprì che la squadre del Sonderkommando dovevano essere periodicamente eliminate per mantenere il segreto sulle atrocità a cui assistevano. Prima che accadesse a lui, dopo 8 mesi, il 17 gennaio 1945 è trasferito al campo di concentramento di Mauthausen ed è liberato ad Ebensee i primi di maggio dagli americani
Fra i più importanti testimoni del dramma della Shoah, l’unico sopravissuto del Sonderkommando che testimonia pubblicamente, ha raccolto le sue memorie nel libro “Sonderkommando Auschwitz”.

Michela Ferrarini