Il peso -Liz Moore #LizMoore

Mentre lei era in cucina ho abbassato un attimo la guardia e ho aperto il mio cuore e ci ho lasciato entrare un sacco di dolore che mi era rimasto accanto per gran parte della vita, ho riflettuto sul fatto che gli uomini che verranno a indagare in casa mia dopo avere ricevuto parecchie segnalazioni dai vicini troveranno un cadavere vecchio e grasso che non ha parenti e soltanto un mucchio di carte che diranno: questo è un essere umano, era un uomo con una storia.

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Bel romanzo sulla solitudine e sulla diversità, drammatico certamente ma con qualche ventata di romanticismo (nel senso più ampio del termine). Scritto in maniera un po’ atipica: è raccontato in prima persona e i dialoghi sono a volte raccontati e altre scritti in maniera “ordinaria”, anche nello stesso dialogo. Più di ogni altra cosa, questo è un libro sulla solitudine, cercata o accettata come inevitabile.
È comunque molto scorrevole e mi ha fatto venire voglia di sapere in fretta quale fosse il passato, il presente e il futuro del professore in pensione Arthur Opp, il quale ha deciso di non uscire più di casa da otto anni e di mangiare sempre tutto ciò che vuole senza porsi problemi di salute, arrivando a pesare sicuramente più di 220kg. Già dall’inizio si viene intrappolati nella casa e nella routine del protagonista e, pian piano, si viene contagiati e stupiti dalla sua insolita storia e dal suo modo di rapportarsi col mondo. Un esempio di come le paure e la soggezione, che a volte si hanno nei confronti dell’altrui giudizio, possano determinare una lente discesa verso la solitudine pur avendo molto da dare e offrire in fatto di sentimenti. Linguaggio semplice ma non banale, trama scorrevole e difficile da abbandonare, risvolti accattivanti e, sempre presente, la possibilità di meditare.

Massimo Arena
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Sangue negli occhi – Lina Meruane #LinaMeruane

Sangue negli occhi -Lina Meruane

Traduttore: L. Mariotti
Collana: Liberamente
Anno edizione:2013

“Ma la parola giorno non evocò niente in me. Niente che somigliasse al giorno. I miei occhi si stavano svuotando di tutte le cose viste. E pensai che sarebbero rimaste le parole con il loro ritmo ma non i paesaggi, non i colori né i visi, non gli occhi neri di Ignacio in cui avevo visto il riflesso di un amore a volte diffidente, cupo, aspro, ma soprattutto un amore aperto, in attesa di qualcosa, pieno di miraggi che il cruciverba definiva allucinazioni.”

Una sera a Lucina accade l’inevitabile: durante una festa, un’emorragia agli occhi la rende cieca. È il passaggio di un confine tante volte temuto al quale Lucina resiste con tutta la forza della sua giovane età, con rabbia e coraggio, afferrandosi all’amore incondizionato di Ignacio, e alle sue stesse parole, affilate come un bisturi, che non conoscono l’autocommiserazione.
Lucina racconta di quella sera e poi dell’attesa, del verdetto del dottor Leks, di un’ulteriore lunga attesa, del ritorno dai suoi genitori, in quel Cile misterioso e lontano, della speranza di un’operazione, degli sguardi compassionevoli, protettivi o spietati di chi la circonda, con l’estrema e paradossale lucidità di chi vede senza vedere.

Cosa si prova quando la visione del mondo ordinario, quella che si dà per scontato, si riempie di sangue e ogni piccolo particolare scompare dai tuoi occhi e dalla tua vista? Cosa si prova quando “un fuoco di artificio” attraversa la testa e tutto si tinge di rosso? Vene che si rompono, la retina inondata… Spaventoso il solo pensiero, vero?

Questo è ciò che accade nel romanzo a Lucina, una giovane scrittrice cilena trapiantata a New York dove convive col suo compagno Ignacio. Accade così, all’improvviso, durante una festa, una possibilità annunciata dal dottore già da tempo (Lei, signorina, si porta dentro una bomba ad orologeria che sta accelerando il conto alla rovescia), una consapevolezza che impediva di pensare al futuro. Eppure quando tutto succede non è mai come lo hai immaginato, bisogna fare i conti con il prezzo da pagare, sostituire la vista con gli odori, il contatto, la “geografia delle cose”, le percezioni. Si deve fare propria la certezza di non poter più leggere e soprattutto di non poter più scrivere, prendere coscienza di dover dipendere da qualcuno:

non avrei più avuto le sue braccia per guidarmi, le sue gambe per incamminarmi, la sua voce per mettermi in allerta, non potevo contare sulla sua vista per supplire all’assenza della mia. Sarei rimasta ancora più cieca

E laddove il ricordo delle cose non basta, è necessario iniziare a contare. Sedie, passi, spazi, per ancorarsi alla realtà, per salvarsi dal vuoto e dal nulla. Come difendersi? Dalla casa, familiare sino a qualche giorno fa e ora in guerra contro un corpo che sbanda e si ferisce. Dai propri genitori, anch’essi medici, che soffocano con l’amore debordante e la rendono più invalida di quello che è.
Le soluzioni alla cecità hanno la stessa consistenza della fragile realtà.

La prosa della Meruane, di cui Lucina o Lina porta il nome, è incalzante, angosciante, estremamente fisica, piena di rabbia e a volte di esasperazione. La cecità è uno strumento per regolare i conti con il suo presente e il suo passato. È la spinta per andare a caccia di un modo per risolvere questa “ingiustizia” della vita.
Nel frattempo, noi siamo lei. Sentiamo la sua sofferenza e la sua impotenza. Sanguiniamo e imprechiamo, contro porte socchiuse, contro spigoli vivi. Siamo frustrati per le sconfitte ma lei come noi, è “cieca apprendista, con scarse ambizioni professionali e, certo, quasi cieca e pericolosa. Ma non voglio sedermi su una sedia e aspettare che mi passi”. Questo soprattutto no.

Paola Filice

Lina Meruane è nata a Santiago del Cile nel 1970. Scrittrice e saggista, ha pubblicato la raccolta di racconti Las infantas (1998) e i romanzi Postuma (2000), Cercada (2000), Fruta podrida (2007) e Sangue negli occhi (2012).