Il peso -Liz Moore #LizMoore

Mentre lei era in cucina ho abbassato un attimo la guardia e ho aperto il mio cuore e ci ho lasciato entrare un sacco di dolore che mi era rimasto accanto per gran parte della vita, ho riflettuto sul fatto che gli uomini che verranno a indagare in casa mia dopo avere ricevuto parecchie segnalazioni dai vicini troveranno un cadavere vecchio e grasso che non ha parenti e soltanto un mucchio di carte che diranno: questo è un essere umano, era un uomo con una storia.

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Bel romanzo sulla solitudine e sulla diversità, drammatico certamente ma con qualche ventata di romanticismo (nel senso più ampio del termine). Scritto in maniera un po’ atipica: è raccontato in prima persona e i dialoghi sono a volte raccontati e altre scritti in maniera “ordinaria”, anche nello stesso dialogo. Più di ogni altra cosa, questo è un libro sulla solitudine, cercata o accettata come inevitabile.
È comunque molto scorrevole e mi ha fatto venire voglia di sapere in fretta quale fosse il passato, il presente e il futuro del professore in pensione Arthur Opp, il quale ha deciso di non uscire più di casa da otto anni e di mangiare sempre tutto ciò che vuole senza porsi problemi di salute, arrivando a pesare sicuramente più di 220kg. Già dall’inizio si viene intrappolati nella casa e nella routine del protagonista e, pian piano, si viene contagiati e stupiti dalla sua insolita storia e dal suo modo di rapportarsi col mondo. Un esempio di come le paure e la soggezione, che a volte si hanno nei confronti dell’altrui giudizio, possano determinare una lente discesa verso la solitudine pur avendo molto da dare e offrire in fatto di sentimenti. Linguaggio semplice ma non banale, trama scorrevole e difficile da abbandonare, risvolti accattivanti e, sempre presente, la possibilità di meditare.

Massimo Arena
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Niente di nuovo sull’Orient Express – Magnus Mills

 

Niente di nuovo sull’Orient Express – Magnus Mills

Editore : GUANDA Collana: NARRATORI DELLA FENICE
Pubblicazione originale: All Quiet on the Orient Express
Traduttore: Massimo Bocchiola

Nulla a che vedere con la Londra multietnica e cosmopolita: l’Inghilterra di Mills, dove il tempo sembra essersi fermato, è terra di uomini indolenti e torpidi come il protagonista del romanzo. Stabilitosi per qualche giorno in un campeggio di una zona lacustre, l’io-narrante sconta il proprio soggiorno accettando i lavori di manutenzione proposti dall’arcigno mister Parker, proprietario del campeggio. Senza tante ribellioni, il campione di accidia si adagia nella routine di quella nuova situazione: i tornei di freccette al pub, una mano alla figlia del capo per i compiti, ogni tanto una bevutina. E non si saprà mai fino a che punto è prigioniero di Parker o della propria masochistica indolenza.

Non rileggo mai i libri. Ne avrei sempre voglia, ma mi pare di sottrarre tempo a cose nuove. E allora rimando e dico un giorno, dai, un giorno. Però quel giorno non arriva mai.
Stavolta, eccezione!
E allora ho ripreso questo stupendo capolavoro di sagacia e umorismo britannici e mi sono ricordato perché l’ho amato così tanto.
Perché l’autore è uno splendido perdente che, dopo appena tre romanzi, fu cacciato nel dimenticatoio editoriale italico. Nessuno l’aveva capito.
Perché la storia è geniale e lo stile essenziale.
Ma nessuno l’aveva capito.
Perché pagina dopo pagina dopo pagina ti chiedi ma dove diamine vorrà andare a parare, questo? E quando alla fine lo scopri ti fai una risata e ti togli il cappello. Perché Magnus Mills è un genio.
Ma qui, da noi, nessuno l’ha capito.
Quasi nessuno…

Iuri Toffanin

“Magnus Mills, da buon autista d’autobus londinesi, non sbanda mai, e pagina dopo pagina restituisce alla perfezione l’opacità della provincia (in questo caso inglese) e l’avidità dei suoi abitanti, giocando col grottesco e affidandosi a una scrittura asciutta, scandita da dialoghi essenziali. E Niente di nuovo sull’Orient Express finisce per essere soprattutto un’allegoria capace a suo modo di raccontare quella precarietà e quell’assenza di prospettive (nonché molto spesso di diritti) che insieme alla rassegnazione e alla passività contraddistinguono il mondo del lavoro contemporaneo.” Giuseppe Culicchia