Centuria – Giorgio Manganelli #Centuria #GiorgioManganelli

*Cento piccoli romanzi fiume.

 “Un libro straordinario”: così Calvino saluta, nel 1985, la versione francese di Centuria, il primo libro di Giorgio Manganelli a essere tradotto e pubblicato oltralpe. Calvino ne sottolinea la “scrittura concisa ed essenziale”, le “invenzioni narrative sintetiche e concentrate”, nelle quali prende vita l’universo dell’autore. 

Giorgio Manganelli – Centuria

CENTO PICCOLI ROMANZI FIUME
Biblioteca Adelphi
1995, 9ª ediz., pp. 316
Temi: Letteratura italiana

Tanto mi piace leggere Manganelli, tanto mi è difficile scriverne.
Centuria comprende 100 brevissimi racconti, tutti di una o due pagine, in cui Manganelli applica una scrittura sintetica fulminante, descrive a brevi pennellate personaggi e situazioni lasciando tutto in sospeso, storie che passano dal visionario all’ordinario, eppure quando ci si ferma a pensare, si sente che il breve racconto si espande e avviluppa il lettore di mille sensazioni. Brevi scene apparentemente senza peso, rarefatte, che muovono dalle banalità all’onirico, arguzia e nonsense in altre, preciso e mai banale in tutte, è un esperimento necessario per la lingua italiana. Non si legge come insieme di racconti, ma si degusta.
Centuria fu pubblicato nel 1979, è popolato di figure che appartengono a un immaginario assurdo, al confine con la vita reale, vittime delle inquietudini contemporanee.

“Era ora. Da vent’anni la letteratura italiana ha uno scrittore che non assomiglia a nessun altro, inconfondibile in ogni sua frase, un inventore inesauribile nel gioco del linguaggio e delle idee: e non era mai stato tradotto in francese prima. Questo vuol dire che l’idea che il lettore si è fatto della letteratura italiana negli ultimi decenni mancava di un dato essenziale: dal momento in cui la sagoma di Manganelli si staglia all’orizzonte, cambiano tutti i rapporti di prospettiva del paesaggio intorno.Italo Calvino

Raffaella Giatti

Lettere alla fidanzata – Fernando Pessoa #fernandopessoa

Pessoa ha 32 anni,  è un uomo sempre vestito di nero, con gli occhiali, un cappello con la falda alzata ed una cravatta a farfalla; lavora negli uffici del cugino a Lisbona e si occupa di traduzioni di testi commerciali. Ofelia Queiroz ne ha 19, è fresca, carina, spigliata e, contro la volontà dei suoi genitori, ha deciso di trovare un impiego. Conosce il francese, sa scrivere a macchina e sa anche qualche parola di inglese, ed è stata appena assunta negli stessi uffici. Pessoa se ne invaghisce immediatamente.
La sua dichiarazione d’amore ricorda una teatralità shakespeariana e la sucessiva corrispondenza la conferma; la loro relazione appare subito tormentata e sembra manifestarsi soprattutto in questi scambi epistolari. I loro incontri saranno sempre fugaci, seppur quotidiani, si svolgevano in strada, lungo percorsi obbligati da altri impegni presi da entrambi.
Dopo nove anni di interruzione, la loro relazione riprese ma, ormai, Pessoa aveva un vincolo indissolubile: la letteratura. Le scrive infatti :”Il mio destino appartiene a un’altra legge. La mia vita è subordinata a Maestri che non permettono e non perdonano”.
Queste lettere, ad una prima lettura, sono talmente banali e adolescenziali che si domanda se siano state scritte dallo stesso autore de ” Il libro dell’inquietudine“.
E’ sufficiente ricordare quante anime abitassero Pessoa per farne una diversa lettura: Pessoa vive la sua vita con un ” come se” posto davanti ad ogni sua manifestazione. Per lui agire, vivere implica la scelta di un’identità/maschera che ne preclude molte altre. E’ abitato da una profusione di istanze che corrispondono ad altrettante entità di finzione, gli eteronimi, ognuno dei quali ha una biografia specifica.
Solo in questo modo il suo “io” può essere al tempo stesso “altro”.
Annullando l’ipotesi di essere “uno”, ha voluto essere tutto o, almeno, ha cercato di essere molte cose nello stesso tempo. Si è sottratto alla “vita” per il timore di essere catturato nella propria identità.
E anche in questa relazione, Pessoa non rinuncia alla finzione, ma colloca la relazione amorosa non tanto in una sfera di ricerca della verità del sentimento, piuttosto sul desiderio riflesso in una immagine di sè speculare a quella dell’altro.
Ma come sappiamo, in Pessoa non c’è niente di più vero della finzione e quindi la scrittura prevale sulla vita, una vita, la sua, in cui non c’era spazio per il “vero amore” ma solo per la simulazione letteraria del sentimento.
Di autentico rimane il desiderio.
Il desiderio di essere uno, nessuno o centomila.

« Una delle mie preoccupazioni costanti è capire com’è che esista altra gente, com’è che esistano anime che non sono la mia anima, coscienze estranee alla mia coscienza; la quale, proprio perché è coscienza, mi sembra essere l’unica possibile. »
(Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares)

Egle Spanò