Paura e disgusto a Las Vegas – Hunter S. Thompson #HunterSThompson

“Chi fa di se stesso una bestia si sbarazza della pena di essere un uomo”.

-Eravamo dalle parti di Barstow al limite del deserto quando le droghe cominciarono a fare effetto. Ricordo che dissi qualcosa come:
“Mi sento la testa un tantino leggera; magari potresti guidare tu…”
E immediatamente dopo ci fu un terrificante ruggito tutt’intorno a noi e il cielo si riempì di enormi pipistrelli strillanti in picchiata sulla nostra macchina, la quale filava a centosessanta all’ora verso Las Vegas con la cappotta abbassata. E una voce gridava:
“Santiddio! Cosa cazzo sono questi animali?”

Paura e disgusto a Las Vegas di Hunter S. Thompson, figura fondamentale della beat generation, è un libro parzialmente autobiografico: un giornalista sportivo squattrinato e il suo avvocato Samoano sono impegnati ad alcolizzarsi nei sobborghi di Los Angeles, arriva una telefonata dell’editore ed il compito di arrivare a Las Vegas per un reportage, tutto a spese del giornale, sulla Mint 400: la corsa più ricca e folle per fuoristrada, motociclette e dune-baggy nella storia dello sport organizzato; uno spettacolo fantastico in onore di quel burino arricchito di nome Del Webb che possiede il lussuoso Mint Hotel nel centro di Las Vegas.

-L’editore sportivo mi aveva dato un anticipo di 300 dollari in contanti, la maggior parte dei quali era già stata spesa in droghe estremamente pesanti. Il baule della macchina pareva un laboratorio mobile della narcotici. Avevamo due borsate di erba, settantacinque palline di mescalina, cinque fogli di LSD super potente, una saliera piena zeppa di cocaina, e un intera galassia di pillole multicolori, eccitanti calmanti, esilaranti… e anche un litro di tequila, uno di rum, una cassa di Budweiser, una pinta di etere puro e due dozzine di fiale di Popper.

È in questo modo che inizia “il viaggio”. On the road. Del romanzo più osceno, simbolo della letteratura americana di protesta degli anni 70. Un capolavoro di ironia feroce. Inarrivabile secondo il sottoscritto. Innovativo. Nella sua smania delirante, creativo. Che ha inventato un vero e proprio nuovo stile di scrittura: il Gonzo Journalis, portato alla ribalta dai più famosi Gay Telese e Tom Wolfe e che ha influenzato tutto il giornalismo moderno. Paura e Delirio a Las Vegas è diventato il suo lavoro più famoso, l’esperienza letteraria definitiva per intere generazioni di lettori.

Più o meno è andata così: dopo essersi definito “il medico del giornalismo”, Thompson si è messo a elencare tutto quello che aveva messo in valigia. “Due buste piene d’erba, mescalina, cinque fogli di acidi, una saliera piena di cocaina e un’intera galassia di pasticche, quelle che ti tirano su, giù, che ti fanno urlare, ridere… ah, anche una bottiglia di tequila, una di rum, una cassa di Budweiser… Non ci serviva tutta quella roba per viaggiare, ma una volta che diventi un collezionista di droga tendi a esagerare”.

“Ogni giornalista contemporaneo deve qualcosa a Gonzo Thompson”.

-Sparai a tutta sia la radio sia il registratore. “Tu, vile azzecagarbugli bastardo! Dissi. Bada a come ti esprimi! Stai parlando ad un dottore in giornalismo!

Il romanzo è un lungo delirio sui luoghi simbolo della Las Vegas di quegli anni e fa il verso a tutti i cliché tipici dell’americano medio quando è in vena di fare festa (ho vissuto a Las Vegas per 2 mesi, nel giugno e luglio del 2011 e devo dire che a distanza di 40 anni non è cambiato niente da questo punto di vista, a Las Vegas il tempo non esiste e gli americani sono una massa di idioti, arroganti e boriosi in contesti festosi).

Hunter S. Thompson ci ha lasciati nel 2005, trovato morto nella sua abitazione con un colpo d’arma da fuoco. Ufficialmente di tratta di suicidio ma le persone che gli erano più vicine giurano che per nessun motivo al mondo si sarebbe tolto la vita. Nel leggere i suoi romanzi sono propenso a credere di più alla seconda versione dei fatti.

Di Paura e disgusto e Las Vegas è stato anche tratto un film meraviglioso con Johnny Depp e Benicio Del Toro, Depp era anche uno dei migliori amici di Gonzo T. alla sua morte ha voluto esaudire il desiderio che le sue ceneri venissero sparate in cielo con un cannone.

Qui sotto trovate una delle scene più esilaranti.

https://youtu.be/ZjK_L-i7ly4

Per l’edizione Bompiani di questo romanzo c’è una piccola grande chicca, un’enciclopedia psichedelica, allargata a glossario dei personaggi famosi, e non, di quell’epoca, quasi tutti assidui frequentatori di Las Vegas.
Troverete info di ogni tipo, dagli effetti della mescalina o dell’etere a bizzarre informazioni su Frank Sinatra e Marilyn Monroe, chicca nella chicca, questa breve enciclopedia è stata scritta da autorevoli scrittori, giornalisti, registi italiani, tra cui:
Alessandro Baricco
Sandro Veronesi
Enrico Ghezzi
Enri De Luca
Gianni Minà e molti altri.

Straconsigliato a chiunque voglia farsi un viaggio psichedelico, fantastico, esilarante, delirante, folle tra i cuscini comodi del proprio divano.

Grazie Gonzo.

Daniele Bartolucci

Elliott Smith e il grande nulla – Benjamin Nugent #ElliottSmith #BenjaminNugent

Traduttore: A. Mioni
Collana:Arcana musica
Anno edizione:2005

“Ha sempre voluto essere sincero e reale; non era un ipocrita. Era davvero un puro artista. E quando vivi con quel tipo di purezza intellettuale, è davvero difficile relazionarsi al resto del mondo”.

E’ un percorso doloroso quello nel quale ci conduce Nugent, attraverso la parabola discendente affrontata da Steven Paul Smith, in arte Elliott Smith, nella sua breve ma intensissima vita da rock star mai pienamente vissuta e accettata come tale. Eppure Smith sembra avere avuto le idee chiare sin dall’inizio, pur precipitando inevitabilmente nel vortice dell’abuso di droghe di vario tipo, lontano dai riflettori e soprattutto dagli amici che a poco poco sono spariti dalla sua vita, lasciando alimentare quel vuoto – quel nulla del titolo – che l’ha risucchiato fino al misterioso suicidio, mai veramente provato né stabilito.

C’è ancora molto da scoprire su un artista tanto dotato quanto riservato e fuori dagli schemi. Mancano all’appello molte testimonianze chiave e predomina un alone fin troppo fitto di mistero intorno al suo decesso, ma il merito di questa prima biografia è quanto meno quello dell’aver portato alla luce una sensibilità e un’intelligenza fuori dal comune attraverso i racconti di chi ha condiviso con lui esperienze di varia natura, ma e ancor più direttamente dalla lettura e dall’analisi dei suoi stessi testi, parole e tessuti musicali.

Inevitabile chiedersi: “perchè?”. Sarebbe troppo facile trincerarsi dietro alla banale spiegazione di un music business spietato che lo abbia ingurgitato perché troppo debole e sensibile. In parte potrebbe essere condivisibile, ma la ragione primaria probabilmente affonda le sue radici nell’inabilità di affrontare i propri demoni al fine di fronteggiare baldanzosamente un mondo che lascia poco spazio alla delicatezza di un animo alla ricerca della perfezione nell’arte. E la deprimente sensazione generale è quella di un immenso spreco: lo spreco di una vita umana, in primis e quello della creazione artistica che avrebbe potuto arricchire l’umanità in seconda istanza.

“Because for me, the sound of the song is the same thing as the song itself, you know? Both ways are cool, totally … but when I make up stuff, I can’t imagine it in a lot of different settings.”

Owlina Fullstop

everybody cares, everybody understands
yes everybody cares about you
yeah and whether or not you want them to
it’s a chemical embrace that kicks you in the head
to a pure synthetic sympathy that infuriates you totally
and a quiet lie that makes you wanna scream and shout
so here i lay dreaming looking at the brilliant sun
raining it’s guiding light upon everyone…