Maestoso è l’abbandono – Sara Gamberini #SaraGamberini #Hacca

Editore: Hacca
Anno edizione:2018
«Ho nel cuore un abbandono, per questo sono selvatica […] Nel mio cuore conservo un dolore.»

Ho comprato questo libro perché mi chiamava. Sentivo una specie di sottile corrente di energia che ci collegava, sapevo che era quello giusto, lo guardavo in libreria. Entravo, lo vedevo, aspettavo. Leggevo altro. Finché un giorno è arrivata Sara. Apro questo libro di pure fibre di carta post consumo, le superfici color crema ampie, le parole ben separate, la lunga coda delle Q, le poche pagine per capitolo, l’assenza di confini. Mi immergo. Da subito rimango colpita dalla levità, dalla trasparenza, dall’intreccio di aforismi evanescenti e materici che sembrano l’evaporazione di un bosco dopo una pioggia notturna.
Comincio a divorare. Una pagina. Trenta pagine, sessanta. Perdo due treni, rimango ancorata su un divanetto di pelle al Bistrot di Milano in compagnia di un piccolo caffè al ginseng che sorseggio lentamente, sottraendolo agli impazienti artigli delle bariste che devono chiudere. Mi immergo completamente, mi invade una pace simile alla quiete dell’acqua. La natura prende forma, l’indicibile diventa parola scritta, le pagine si popolano di divinità. Pezzettini. Questo è il romanzo della Gamberini. Pezzettini di inconscio, frammenti che come rami magici intessono tutto un racconto che parla di un abbandono, un abbandono maestoso. Di una bambina che ha dovuto aspettare una madre assente e malata per un tempo interminabile, di una rabbia non voluta, ma inevitabile, che é montata e maturata, facendosi il nucleo incandescente delle nevrosi adulte. Questi pezzi di racconto, così evanescenti, che senza quasi nessun limite di tempo, se non intuibile dalla progressione in avanti delle pagine e degli avvenimenti, e con pochissime pennellate di spazio, acquerellate tra i confini di una cascina ai limiti della natura e un centro cittadino pulsante e carico di suoni, di colori, di voci, si snodano potenti come le onde del mare, dominati dall’imperfetto verbale, un po’ come se gli accadimenti, e le riflessioni intorno agli stessi, fossero fusi in un unico abbraccio, realtà e vissuto interiore reso con un’incredibile ricchezza metaforica, ai limiti del celestiale e del visionario. Metafisico. È un libro metafisico nel vero senso della radice semantica, che dichiara un totale distacco dalla materia, una storia in cui la protagonista Maria la materia la vive, ma al contempo la trascende, sempre avvolgendola con una superficie di incanto, di significato, di magia, di animismo consapevole che ogni cosa ha la sua voce particolare, bagnata com’è dalla sua luce azzurrina. L’inverno gelido dell’abbandono in infanzia determina tutta la vita adulta, e Maria va prestissimo in terapia con lo psicanalista migliore della città, il Dottor Lisi, freudiano innamorato del lusso e dei soldi, completamente chiuso nelle sue certezze teoriche e sveltissimo ad etichettare tutto quello che accade con giudizi taglienti e definitivi. Le parole del Dottor Lisi, per la maggior parte del libro, sono l’unico punto di ancoraggio alla concreta realtà che ha il lettore, e si instaura un piacevolissimo gioco tra l’ascensione nell’aria e nell’ineffabile che come un talismano congenito è l’impronta di Maria, e le definizioni preconfezionate e cieche rispetto alla complessità del reale dello psicoterapeuta, che non ascolta veramente la sua paziente e tantomeno riesce a sintonizzarsi sulle sue corde più profonde, così indicibili, così insondabili. A un certo punto del libro si inserisce un carteggio, a metà tra l’immaginario e l’intimamente pensato nel cuore, tra Maria e la madre, dolcissimo nella sua continua oscillazione tra le considerazioni adulte e i pensieri e i sentimenti di bambina, profondissimo e pausa di riflessione all’interno del flusso delle altre cose.
Capitolo finale bellissimo, momento altissimo di dolore atroce e scioglimento risolutivo, e vera catarsi terapeutica per Maria, che finalmente riuscirà ad affrancarsi dalla gabbia della cura per diventare donatrice d’amore. Sono rimasta colpita dallo stile della Gamberini, non assomiglia a praticamente nulla di quello che ho letto finora. Ha un modo di scrivere fluido come l’acqua e denso come la sabbia in riva al mare, un susseguirsi rigoglioso e mai stancante di metafore che sfiorano l’aforisma, considerazioni sulla vita, momenti vividissimi e concreti come la descrizione quadretto su una famiglia di immigrati del Kosovo, con l’amarissima considerazione sulla radicalità dell’immutabile, e un susseguirsi di frasi che spesso toccano l’apice della prosa poetica, fondendo magia, realtà interiore e natura.
Ringrazio Sara per avermi fatto conoscere questa splendida sua opera prima, che dimostra già una capacità di saper maneggiare parole e contenuti che ha profonde radici, radici che sprofondano nel blu fondo e purissimo del cielo.

Giulia Casini

«Ci sono gli amori che hanno a che fare con i percorsi, quelli che hanno a che fare con la solitudine e poi ci sono quelli che non servono a niente, gli amori altissimi.». Prendere le distanze dal mondo, e sentirsene sempre più parte. Questa è la storia di una donna, e del suo pensiero magico, che giorno dopo giorno le si attacca addosso. È la storia di quello che si nasconde tra le pieghe del reale ed è invisibile. La incontriamo, dopo troppi campari, davanti a una porta chiusa, alle prese con un addio maldestro e poetico: la decisione di abbandonare, dopo anni – secoli? – di sensi di colpa e compassione, di fallimenti e rimpianti, un uomo al quale non crede più. «Mi capita di aspettarlo ancora, azzero per un momento la vastità dei fenomeni incomprensibili ed entro di nuovo lì, dove si poteva credere a tutto e io venivo fermata, risarcita, protetta.» Alla psicoanalisi si sostituisce l’incanto, e poi alcuni incantesimi, piccoli riti magici, scintille astrali, tutto ciò che non ha ancora un nome, fa un po’ di luce, non è divino, ed è per questo indicibile. E infine, al pari di un’iniziazione, l’amore incondizionato per un uomo assurdo, poetico, scostante, la cui ritrosia somiglia a una cura.

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Biglietti agli amici – Pier Vittorio Tondelli #PierVittorioTondelli #recensione

*Un libro che ti insegni qualcosa

Biglietti agli amici è sicuramente l’opera più anomala di Tondelli: ventiquattro biglietti, uno per ogni ora del giorno partendo dalla notte, raccolti inizialmente in un’edizione di sole ventiquattro copie da regalare il giorno di Natale del 1986.

Biglietti agli amici – Pier Vittorio Tondelli

Curatore: F. Panzeri
Editore: Bompiani

Ho bisogno di raccontarlo a qualcuno e voglio farlo ora. È libro da quasi 140 pagine ed è stranamente costruito come una creatura Frankestein, rappezzato e cucito in tutte le sue parti diverse insieme. Si presenta come una serie di “biglietti” scritti per gli amici da inviare per la notte di Natale del 1986, ma in realtà sono scritti dall’autore per sè stesso, e spaventosamente, qualche volta, io come lettore mi sono sentito chiamato davvero per nome da Tondelli. E’ uno scrittore che scrive per fare il punto sulla sua anima tormentata, e anche se l’intento che viene dichiarato dal curatore è quello aforistico, come nel Così parlo Zarathustra di Nietzsche o lo Zibaldone di Leopardi, l’effetto che ho riscontrato è quello poetico. Perché ogni parola e ogni pausa nel discorso sono evocativi, e invitano a rileggere ancora e ancora per fissare nella ment ogni riflessione e pensiero scaturiti.

Non potrebbero costituire, nella loro secchezza e lapidarietà, ardenti reperti cerebrali della nostra comune situazione di abbandonati. Di abbandonati dalle cose, dal mondo, da noi stessi? Non potrebbero esprimere anche la umana condizione di “stare soli, sotto il sole, a dimostrare che siamo senz’ali? E che niente ci protegge dall’Amore”.

A ogni biglietto corrisponde un’ora del giorno o della notte, e nel frontespizio compare una specie di almanacco angelico/zodiacale in cui l’autore riporta quale angelo presiede all’ora del giorno o della notte, a comporre quindi una sorta di calendario interiore, una mappa del profondo. Non ho capito l’uso dell’almanacco angelico/ zodiacale, magari qualche appassionato me lo può spiegare, mi farebbe piacere. Per il resto, sono riflessioni sul senso del viaggiare, sul dolore dell’abbandono, sulla necessità di imparare ad amare, un altro ma anche se stessi, per superare ogni crisi. Volevo citarvi il biglietto dell’ottava ora della notte, quello che mi ha convinto a comprarlo, magari già lo conoscete (sono io che vivo fuori dal mondo):
“Vedere il lato bello, accontentarsi del momento migliore, fidarsi di quest’abbraccio e non chiedere altro perché la sua vita è solo sua e per quanto tu voglia, per quanto ti faccia impazzire non gliela cambierai in tuo favore. Fidarsi del suo abbraccio, della sua pelle contro la tua, questo ti deve essere sufficiente, lo vedrai andare via tante altre volte e poi una volta sarà l’ultima, ma tu dici, stasera, adesso, non è già l’ultima volta? Vedere il lato bello, accontentarsi del momento migliore, fidarsi di quando ti cerca in mezzo alla folla, fidarsi del suo addio, avere più fiducia nel tuo amore che non gli cambierà la vita, ma che non dannerà la tua perché se tu lo ami, e se soffri e se vai fuori di testa questi sono problemi solo tuoi; fidarsi dei suoi baci, della sua pelle quando sta con la tua pelle, l’amore è niente di più, sei tu che confondi l’amore con la vita”.

Stefano Lillium

Sulla pagina internet di Baskerville dedicata alla prima edizione di Biglietti agli amici è scritto così: «Se volete leggere, quindi, i biglietti che Pier Vittorio ha inviato, nel Natale nel 1986, a 24 suoi amici, comprate pure l’edizione di Bompiani, ma leggete quei testi come se fossero 24 foglietti di carta, scritti a mano, intimi e privati, come le parole che si scrivono, in codice, solo a chi le può capire».

In quel dicembre a Berlino, nella tua casa di Köpenickerstrasse io volevo tutto. Ma era tutto, o solo qualcosa, o forse niente? Io volevo tutto e mi sono sempre dovuto accontentare di qualcosa

(Seconda ora del giorno, Biglietto numero 14)