L’incanto del lotto 49 – Thomas Pynchon #ThomasPynchon

“Che né burrasca né conflitti, né belve feroci né la solitudine del deserto, e nemmanco i felloni usurpatori della terra che di diritto ci appartiene intimidiranno i nostri corrieri -. E i banditi, lasciando incolumi loro e le loro borse, disparvero di nuovo fra i loro monti crepuscolari in un crepitio di mantelli simili a vele nere”.

Non è una recensione, è un grido di aiuto.
Allora, avendo la giornata libera mi sono messo a fare una di quelle cose che faccio ogni tanto quando ho le giornate libere, ossia un libro in un giorno.
Cerca e ricerca non ho trovato niente sotto alle 200 pagine di non molto impegnativo e che mi stimolasse in questa bella giornata primaverile, allora, ho preso coraggio ed ho afferrato il mio primo Pynchon.
Premetto che io non ho letto niente di Pynchon, ma di lui so quasi tutto, essendo un fanze di quelli sfegatati del post modernismo americano li ho quasi tutti di Tommaso -non sono molti per la verità, non scrive tanto Tommaso l’americano- ed ho letto tanto su di lui, tutti i fanzi come me che scrivono cose immagignifiche su di lui e che ne parlano come se fosse un Iddio vivente, mettici pure che come l’altro suo collega Salinger non ama farsi intervistare e non fa vita sociale pubblica, non si trovano neanche foto della sua persona, se non di quando era parecchio giovane, si vocifera perfino che lui non esista ma sia un entità che ogni qualche decennio invii ai suoi discepoli i suoi manoscritti su qualche monte come quell’altro Iddio e poi quelli li fanno pubblicare.
Tutta ‘sta premessa serve per farvi capire quali aspettative avessi io di quello che è stato definito da parecchi il monumento del post modernismo e di quanto timore celassi nel cominciarlo proprio oggi, questo timore ce l’avevo pure per La strada di Mccarthy e quando l’ho finito nonostante mi fosse piaciuto tantissimo un minimo di rimpianto per non aver potuto apprezzare in pieno l’arte del Sig. Cormac mi è venuto, ho pure pensato “chi sono io per leggere Mccarthy” l’ho detto pure al libraio amico mio e lui mi ha risposto che fino a quando lo pago posso leggere quello che mi pare, ma anche se lui tiene ragione io non ero soddisfatto lo stesso.
Insomma, premesse su premesse delle premesse, arriviamo al dunque.
Io l’ho preso in mano l’incanto e sono arrivato in un pomeriggio a pagina 69 di 170 ed ora mi sono fermato, non perchè non mi piaccia per carità, mi piace, non tantissimo, ma mi piace, il punto però è che non ci sto capendo una beata minchia, neanche la trama, in alcuni momenti mi perdo, torno indietro, rileggo e mi riperdo. Non sono riuscito a tenere testa al flusso continuo di parole, ai salti random di argomento, la storia europea, la letteratura e il teatro elisabettiano così con nonchalance in mezzo alla narrazione, ai personaggi sfuggenti, allo stile soffocante (le virgole, queste sconosciute). Ma nemmeno Pynchon si è sforzato tanto per aiutarmi però eh!
Inzomma, sono io rincoglionito totale, oppure il sig. Tommasino è cosi bravo e io che non sono bravo come lui non ho il diritto di leggere i suoi libri?
Sob.
AIUTATEMI.

Daniele Bartolucci

L’incanto del lotto 49 è il secondo e più breve romanzo dello scrittore statunitense Thomas Pynchon, uscito negli Stati Uniti nel 1966 con il titolo The Crying of Lot 49.

Il titolo si riferisce alla vendita all’asta di una collezione filatelica, parte dell’eredità del miliardario californiano Pierce Inverarity, che dovrebbe far luce sulla possibile esistenza di un complotto a livello internazionale ai danni del sistema postale.

Amore fraterno – Pete Dexter #PeteDexter

Einaudi Stile Libero Big

Traduzione di Alessandra Montrucchio

«Peter Flood ha otto anni, indossa scarpe da ginnastica e un giubbotto troppo leggero per il freddo e il vento. Si veste da solo ormai, sua madre è sempre stanca…
Certe cose le coglie senza accorgersene.
Vede gli sguardi sfuggenti tra suo padre e sua madre, i loro gesti al limite del panico.
È come se fossero legati mani e piedi, impossibilitati a muoversi, un istante combattivi e l’istante dopo inermi.
Del tutto incapaci di toccarsi.
E incapaci di toccare lui.
È questo che vorrebbe ora, essere toccato».

Ambientato in America (Philadelphia) tra il 1961 e il 1986, Amore fraterno, contrariamente al titolo, tratta prevalentemente di sentimenti di vendetta, invidie tra famigliari e desideri di potere e di rivalsa. Un libro crudo e spietato, che ha come sfondo le guerre tra sindacati, le rivalità e le ritorsioni tra “bande” degli affiliati italiani contro quelle irlandesi. Nei primi anni sessanta, Peter Flood è un ragazzino che cresce nel ferro e nel fuoco, sotto il giogo di un padre violento legato ad un clan della mafia irlandese. Un terribile incidente nel quale la sorellina di Peter perde la vita dà il via a una tragica catena di conseguenze, e il bambino si ritrova orfano di padre a vivere con lo zio Philip, coinvolto in prima persona nell’omicidio del fratello, e con il cugino, Michael.
I due cugini crescono come fratelli, ma non potrebbero essere più diversi, e
si frequentano dall’infanzia fino alla loro morte: Peter e Michael sono legati da un vissuto comune, ma hanno due personalità contrapposte, riservato e chiuso l’uno e codardo e capriccioso l’altro. Entrambi però vanno incontro al loro destino, quasi supinamente fino alla fine, legati mani e piedi al loro ambiente come dei personaggi del verismo italiano.
Lo stile è asciutto e essenziale, ricco di dialoghi e di scene che cambiano rapidamente e che trasmettono un senso di tristezza, di solitudine profonda e di impotenza nei confronti del destino.

Silvia Loi