Marco Missiroli, Atti osceni in luogo privato

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Ho vissuto la sessualità in maniera completamente diversa, nei miei dodici o quindici anni che fossero. La lotta quotidiana per togliersi dall’invisibilità del protagonista, Libero Marsell, non era la mia lotta: anzi, credo andassi proprio a cercarla perché i primi libri letti, i primi film visti, le prime consapevolezze e le prime cause sposate mi facevano rendere conto di quanto fossi inadeguato al mondo e alle cose. Eppure mi sono ritrovato in tanti momenti di questo libro, scritto magistralmente come di consueto da Missiroli: autore che ho avuto la fortuna di scoprire fin dall’inizio, e per il quale ho sempre speso parole importanti. Dicevo dei momenti ritrovati nelle pagine del libro: forse ha ragione Calvino, citazione iniziale del romanzo: “alla fine uno si sente incompleto ed è soltanto giovane”. Piacevole trovare, di capitolo in capitolo, citazioni e rimandi ad altri romanzi formativi della nostra vita, su tutti “Lo straniero” di Camus. La Parigi iniziale, che forma la madre in età adulta e le cancella le apparenze e le volontà di essere famiglia a lungo (“il divorzio è un capriccio dell’età che avanza”, cito a memoria), è delicata e mai invadente, assumendo il ruolo che Missiroli credo volesse darle: un grande e comodo calderone sociale dove far scemare le passioni della gioventù (per gli adulti), ma dove quella nuova (gioventù) di altre passioni va a cibarsi. Ed in tutto questo la scoperta del proprio corpo (i peli, i desideri, i muscoli, il timbro della voce) diventa non soltanto un orpello elevato a contenitore, ma passaggi nodali della propria formazione: perché l’amore, la lotta, l’impegno, la volontà di non essere “negli altri” passa attraverso la presa di coscienza di essere un petit che cresce.
Ecco, una cosa che dirò a mia figlia (ora di undici mesi): impara a guardarti e ad apprezzare la lentezza che il tuo corpo si prende per crescere, perché delle cose vere (come la vita, quella realmente vissuta) bisogna amare il tempo che impiegano per farsi capire, conoscere, odiare, amare. Tutti i meravigliosi contrasti che ho vissuto e che, spero, lei vivrà.

PS. Mi sbilancio: per lo Strega, vedo questo libro.

Ernesto Valerio

“Dal titolo non lo avrei mai detto, ma “Atti osceni in luogo privato” (Feltrinelli), l’ultimo romanzo di Marco Missiroli, non solo è all’altezza della qualità già verificata di un vero scrittore, ma è anche un libro godibilissimo, intrigante, colto, erotico, intelligente, delicato. Ripeto, con quel titolo non l’avrei mai detto. Il recensore de “Il Sole 24 Ore” che domenica scorsa l’ha stroncato in poche righe, deve essersi fermato alla fellatio materna della prima pagina, per giunta restandone turbato. Altrimenti, se fosse andato avanti in una storia di formazione e di liberazione, certo, molto maschile, ma anche molto profonda, si sarebbe evitato quel tono liquidatorio. Di Missiroli avevo ammirato in special modo “Bianco”, un romanzo ambientato nel sud degli Stati Uniti, del tutto anomalo per un romanziere italiano. Qui invece seguiamo Libero immedesimandoci in lui, invidiandolo per le sue prime straordinarie letture a cominciare da Camus (mi ha fatto venire la voglia di rileggerlo); e naturalmente invidiandolo anche per la scoperta dell’amore e del sesso (inutile ipotizzare voglie in proposito, ognuno fantastichi sulle sue).
Davvero una bella, fresca, rasserenante sorpresa di scrittura lieve ma elevata.”

Gad Lerner

Perdersi, Lisa Genova

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Alice Howland ha 50 anni, è una ricercatrice, docente di Psicologia ad Harvard, organizza convegni, è autrice di numerose pubblicazioni, è una scienziata di successo. E’ anche felicemente sposata, con tre figli grandi, una vita ricca e felice.

Poi un giorno si accorge che inizia a dimenticarsi alcune cose. Va a correre e si trova in una piazza che non riconosce, e invece quella piazza è la stessa che conosce da 20 anni. Capisce che c’è qualcosa che non va, e va dal medico curante prima, dal neurologo poi. Fa esami su esami finchè le viene diagnosticato Alzheimer precoce.

Cosa succede nella sua vita dal momento in cui prende coscienza della sua malattia e deve dirlo ai suoi cari, questo il tema del romanzo.

Alice è combattiva, non si arrende, fa esercizi, legge, si scrive tutti i suoi impegni sul blackberry, si attacca post-it per tutta casa, prendere le medicine, andare a correre con John, lezione h. 11, andare dal medico: fatto, lei spunta e lotta. Ma non c’è cura per questa malattia “preferirei avere il cancro, pensa Alice”, e inizia a perdersi. Mai titolo può rendere meglio l’idea. Una parola dopo l’altra, dire forchetta per intendere ombrello, un volto dopo l’altro (ha un bel viso questa attrice, è brava. ed è la figlia minore), le mani che non accompagnano più il cervello, i deliri, i sogni, la solitudine. Non c’è cura per questa malattia, ero Alice, avevo una vita piena, un marito, tre figli, ora non so più niente, non so più chi sono, niente ricordi, niente di niente.

Non so dare un giudizio del libro nè del film che dal libro è tratto. Non posso, più che altro. Però penso che bisogna immaginare cosa significhi, cosa comporti. Io oggi sono io, domani divento qualcun altro che nessuno conosce, nemmeno io.

“Buongiorno. Sono la dottoressa Alice Howland. Ma non sono una neurologa e neppure un medico generico. Il mio dottorato è in psicologia. Ho insegnato alla Harvard University per venticinque anni. Ho tenuto corsi di psicologia cognitiva, ho condotto ricerche nel campo della linguistica e tenuto conferenze in tutto il mondo.

Ma oggi non sono qui per parlarvi in qualità di esperta di psicologia o di linguaggio. Oggi sono qui per parlarvi come esperta del morbo di Alzheimer. Non curo pazienti, non conduco sperimentazioni cliniche, non studio mutazioni del DNA né offro sostegno psicologico ai pazienti o alle loro famiglie. Sono esperta dell’argomento perché poco più di un anno fa mi è stata diagnosticata una forma presenile di Alzheimer.
Sentirsi diagnosticare l’Alzheimer è come essere marchiato con una lettera scarlatta. È quello che sono adesso, una persona affetta da demenza. E il modo in cui, per un certo periodo, mi definirò io, e poi continueranno a definirmi gli altri. Ma io non sono quello che dico o quello che faccio o quello che ricordo. In realtà sono molto di più.
Sono una moglie, una madre, un’amica e presto sarò una nonna. Provo ancora sentimenti, capisco e merito l’amore e la gioia di questi rapporti. Sono ancora un membro attivo della società. Il mio cervello non funziona più al meglio ma uso gli orecchi per ascoltare senza riserve, offro le mie spalle per piangere e le mie braccia per stringere altre persone malate come me.
…Per favore, non limitatevi a guardare la nostra lettera scarlatta e a cancellarci dalla vostra vita. Guardateci negli occhi e parlate con noi. Non spaventatevi e non prendetela come un’offesa personale quando faremo degli errori, perché li faremo. Ripeteremo le stesse cose, cambieremo posto alle cose e ci perderemo. Ci dimenticheremo come vi chiamate e cos’avete detto due minuti prima. Faremo anche del nostro meglio per compensare e nascondere le nostre lacune cognitive.
I miei ieri stanno scomparendo, i miei domani sono incerti, e allora per cosa vivo? Vivo giorno per giorno. Vivo nel presente. Uno di questi domani dimenticherò di essere stata qui davanti a voi a tenere questo discorso. Ma solo perché presto me ne dimenticherò non vuol dire che l’oggi non conta.
Non mi viene più richiesto di tenere lezioni sul linguaggio all’università o conferenze di psicologia in giro per il mondo. Ma oggi sono qui davanti a voi a tenere un discorso che spero sarà il più importante della mia vita. E ho il morbo di Alzheimer.”

Perdersi – Lisa Genova