Andrea Vitali, Premiata ditta sorelle Ficcadenti

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Eccomi al mio primo Vitali. E’ un libro che fatico a definire almeno tanto quanto ho faticato a finirlo. E’ in sostanza la storia di un sempliciotto di provincia all’inizio della grande guerra, la cui vita viene sconvolta, e con la sua quella di tutta la comunità, dall’arrivo di una bellezza strepitosa accompagnata da una sorella terribilmente brutta. E fin qui tutto bene non fosse che le sorelle hanno un piano diabolico che implica proprio la strumentalizzazione del povero tonto. Questa superficialmente la trama. Per quanto riguarda la scrittura ci sono lati positivi e negativi e quello che mi mette in difficoltà è che i lati positivi sono gli stessi che diventano negativi, alla lunga.
– scrive bene e sceglie con cura i termini. A volte con troppa cura, andando a scegliere sinonimi talmente poco usati da essere spiazzanti;
– usa il dialetto e questo mi piace perchè se pensiamo all’epoca di ambientazione una donna di umili origini, un prete, una perpetua non avrebbero certo comunicato tra loro, nè pensato in italiano, ma non siamo tutti bergamaschi e la mancanza di traduzione o addirittura l’uso di parole del dialetto italianizzate senza l’uso di corsivo rendono difficile la lettura.
– i nomi di alcuni personaggi sono esilaranti ma anche loro alla lunga decisamente pesanti nel loro essere improbabili.

Come conclusione posso dire di aver letto un buon libro che però mi lascia insoddisfatta. Per tutto il libro ho avuto la sensazione di essere su una strada in attesa di un bivio con la sensazione di attendere qualcosa che non arriva mai. Ho provato alternative aspettative: aspettative di risate che non arrivano, aspettative di un approfondimento del contesto storico (la guerra in arrivo che però non tocca i personaggi se non in modo marginale). Mi dispiace perchè avevo, a dispetto della recensione, credo di Massimo, che non era positiva, la speranza di scoprire un autore ironico e appassionato, non ho percepito nè una grande ironia, nè tanto meno passione.

Agata Pagani

Elena Ferrante, Cronache del mal d’amore

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L’amore molesto di Elena Ferrante.

Ci sono libri che non mi piacciono, ma di cui riconosco l’importanza.
Non è questo il caso.

Vi scrivo che mi sono fatta forza, ma ci rinuncio a 30 pagine dalla fine. Non mi interessa, non mi piace, mi fa star male e a disagio.

Non sapevo dell’esistenza di Elena Ferrante fino a pochi mesi fa, quando è uscito il suo ultimo libro di cui tutti parlano. Poi è arrivato Saviano a candidarla allo Strega e dunque mi sono ricordata di questo regalo di Natale di un caro amico dai gusti simili ai miei, che però non aveva letto niente di lei (fa spesso così, il mio amico: così poi gli presto i libri che lui stesso mi regala).
Molto curiosa, ho capito subito che qualcosa non andava: leggevo per tutto il tempo con una smorfia di disgusto sulla faccia.
La storia è ambientata a Napoli. C’è una donna che torna in città per il funerale della madre, che è morta annegata. Pare che avesse una specie di relazione con un uomo orribile, e che l’ex marito, dopo tanti anni, ne fosse ancora geloso. Fino al punto di ucciderla? Non lo so e non lo voglio sapere.

Se vi cimenterete nella lettura, sappiate che avrete a che fare con tutto ciò che è sgradevole: corpi, città, sentimenti, violenza, grettezza, miseria.

Locuzione preferita dall’autrice: “oscenità in dialetto” (di cui però non ci mostra un solo esempio).
Uomini: tutti (TUTTI) maniaci sessuali.
Donne: pazze, streghe, frigide.
Dialoghi: assurdi.
Trama: boh.
Disagio: totale.

Accendo la TV.

Daniela Quartu