Porte aperte, Leonardo Sciascia

sciascia

Cercavo altro ma è notorio, i miei libri vivono di vita propria, come Woody, Buzz e Mr Potato, solo che i miei adorati sò maligni e anzichè anelare essere trovati e ripresi in mano elli si nascondono e ridacchiano pure dei miei tormenti, è un dato di fatto inoppugnabile. Comunque, nel mentre che cercavo mi è caduto l’occhio su questa gemma e non ho potuto fare a meno di ammirarla, per l’ennesima volta.

“Questo era, secondo i suoi genitori, i suoi fratelli e sua moglie, il suo principale difetto: il credere, fino a contraria e diretta evidenza, e anche all’evidenza guardando con indulgente giudizio, che in ogni uomo il bene sovrastasse il male e che in ogni uomo il male fosse suscettibile di insorgere e prevalere come per una distrazione, per un inciampo, per una caduta di più o meno vaste e micidiali conseguenze, e per sé e per gli altri. Difetto per cui si era sentito vocato a fare il giudice, e che gli permetteva di farlo.”

Una scrittura limpida, antica e perfetta “ghiribizzando miei pensieri asciutti”.

“Ma c’era, nella giuria che era sortita eletta per quel processo, in qualcuno dei giurati.., un qualche segno, appena percepibile di umana tenerezza. Non verso l’imputato, ché nessuno poteva mai riuscire a provarne; ma verso la vita, le cose della vita, l’ordine e il disordine della vita.”

Prendo in prestito questa sublime “umana tenerezza” e vi auguro Buona Pasqua.

Porte aperte – Leonardo Sciascia

Lazzìa

Melania G. Mazzucco, Un giorno perfetto

mazzucco

Questo libro è stato per un pezzo ad aspettarmi appollaiato in cima alla sua torre di tomi in equilibrio precario, e sempre, quando sembrava essere arrivato il suo turno, cercavo sotto qualcosa di diverso, di alternativo. Avevo visto il film di Ozpetec e, molto tempo dopo, era stata una sorpresa trovarmi un giorno in libreria a collegare il nome della Mazzucco a quella storia. Eppure non mi decidevo a leggerlo, troppo strazio.
E invece.
L’altro giorno l’ho tirato su per caso e non l’ho più chiuso.
La Mazzucco è magistrale; ti strazia, ma lo fa con leggerezza e con una poesia mai dichiarata, ma continua.
Si comincia dalla fine, dalla tragedia consumata ma ancora ignota al mondo, e si procede ora per ora con gli eventi che hanno portato all’epilogo. Nella narrazione si intrecciano le ore che scorrono verso il precipitare degli eventi e i flashback che raccontano il maturare di una crisi famigliare annunciata fin dai primi passi del rapporto di coppia che ha unito Antonio ed Emma; annodate alla loro sono anche le vite dei due figli, Valentina e Kevin, della famiglia del Ministro di cui Antonio è caposcorta, e del professore di lettere di Valentina. Sullo sfondo c’è la città eterna, con le sue contraddizioni, con le sue contrapposizioni, con la sua bellezza spesso ignota proprio a chi ce l’ha a due passi da casa, e con il suo indecente crogiuolo politico che, bene o male, si insinua anche nella vita della gente comune.
Il film mi era molto piaciuto, anche se mi aveva angosciato e, adesso che lo posso confrontare con il libro da cui ha preso le mosse, mi pare che, nonostante le modifiche e gli adattamenti, possa essere considerato un’interessante interpretazione del soggetto trattato. Il romanzo è altrettanto angosciante, con personaggi che nel film sono solo di passaggio e che invece, in origine, avevano un peso specifico maggiore, ma gode anche di una leggerezza – mi chiedo se sia il perdono, la pietas dell’autore per le sue creature – e lo si divora, proprio come a volte la vita divora alcuni di noi.

Maria Silvia Riccio