La ragazza dai capelli strani – David Foster Wallace #DFW #DavidFosterWallace #MinimumFax

“Non è solo il fatto che Wallace produce buona narrativa – naturalmente è così, ma in un certo senso questo è un aspetto marginale. E non è solo il fatto che è divertente e innovativo e dotato in maniera leggendaria dei vari strumenti di cui un romanziere ha bisogno per fare il proprio lavoro (empatia, intuito, abilità di connessione, perspicacia e aver-letto-tutto-quel-che-esiste-sulla-faccia-della-terra). È un complimento bizzarro dire che in qualche modo la narrativa sembra, per un Howling Fantod, il meno che Wallace è in grado di fare. Wallace ha semplicemente il genere di cervello che viene voglia di frequentare”. Zadie Smith

Stavolta mi ritrovo a dire due parole su un racconto di sessanta pagine di David Foster Wallace, autore che sto cominciando a conoscere in punta di piedi, partendo dai suoi racconti. Piccoli animali senza espressione è contenuto nella raccolta La ragazza dai capelli strani; protagonista qui è il mondo femminile, un team di amazzoni dell’industria televisiva che lavorano nel nevrastenico e claustrofobico spazio della registrazione a puntate di JEOPARDY!, uno show a quiz in cui il presentatore domanda le risposte, e i concorrenti rispondono con le domande. Wallace lavora a tagli narrativi, ci presenta frammenti sconnessi di situazioni datate nel tempo che poi si ricollegano nel flusso narrativo mentale del lettore, aiutato da un momento di digressione logica che Wallace inserisce a un certo punto, e da qualche “indizio” che si nasconde in un dialogo, o in un dettaglio.
All’inizio il racconto fa fatica a ingranare, poi dispiega le ali e ci si immerge dentro come in un assorbimento magnetico, così accentratore e forte che sembra di perdere i confini della propria identità, che si amalgama con la parola come sabbia. La mente si infrange come un’onda che distrugge la sua forma per aderire all’illusionismo, al sadismo analitico dell’attenzione spasmodica e voyeuristica per i dettagli corporali, alla permanenza del mistero che circonda chi riesce a collegare cuore, testa e anima alla pressione di un pulsante, trasformando le nozioni in qualcosa di vivo, di umano, di intenso, di significato.
Julie con la sua pelle compatta e bianca al chicco d’uva e i capelli corvini, brillante, originale, profonda e magnetica; Faye in sella moderata alle onde della sua emotività, un po’ superficiale a volte nell’avvitarsi dei dubbi su cosa pensano gli altri, innamorata senza capire che l’amore, in qualunque forma decida di manifestarsi, è poeticamente ovvio come un’alba lilla, e ovvio così come le onde del mare impediscono al mare di essere, soltanto, un’enorme pozzanghera.
Le altre figure non le accenno perché hanno un po’ fatto da satellite alle due protagoniste.
Bellissimo il “gioco” di improbabilità che fanno le due ragazze quando immaginano una serie di vividissimi racconti sulle loro passate esperienze con gli uomini, in un climax che porta alla cruda realtà del veramente vissuto, che molto spesso supera la fantasia e ha i toni inquietanti del trauma, del silenzio e della solitudine infinita.
Spietata infine l’analisi che risulta, dal gioco delle ragazze, dalla biografia passata dei personaggi e dalle sedute analitiche di Alex, sul mondo degli uomini, che ci appaiono – attraverso lo sguardo di queste donne ferite- come piccoli animali senza espressione, fragili, narcisisti, sadici, superficiali, muti e caricaturali.

La scrittura di Wallace per ora mi è sembrata veramente unica, ha un po’ il fascino di “un filo metallico allo zero assoluto, acutissimo e pallido”, che brilla “a freddo come una luna color limone, abbracciato a una griglia di puro significato”, e mi ha dato l’impressione di un nastro isolante e perfettamente scientifico avvolto intorno a tutto quello che può dare emozione, cioè alla realtà stessa, che viene proiettata a distanza e nello stesso tempo ingrandita e scomposta nel dettaglio con precisione infinitesimale, cercando di annullare tutte le sfumature che di solito circondano le emozioni ( e dimostrando che, per quanto si cerchi disperatamente di annullarle, dirompono lo stesso con tutto il loro magma caotico e imprevedibile).
Una scrittura che rappresenta perfettamente il mondo ipertecnologico, disumanizzante, alienante e quasi spettrale di oggi (se non lo stesso mondo interiore di Wallace), dominato come non mai da una sorta di “autismo delle informazioni”, che collassano e implodono su sè stesse, quando si tratta di vivere veramente, smascherando quella che è la vera natura pulsante, scorretta, carnale e caotica di ciascuno, e ridando voce alle emozioni, tipicamente umane.

Giulia Casini

DESCRIZIONE

Quando fu pubblicata per la prima volta negli Stati Uniti, nel 1989, la raccolta di racconti La ragazza dai capelli strani confermò David Foster Wallace come astro nascente della nuova narrativa americana: uno di quei rari talenti che, come ha dichiarato la scrittrice Zadie Smith, è magistralmente in grado di «unire testa, cuore e viscere» nella sua scrittura. Un libro che quasi immediatamente è diventato un classico: dagli anni Sessanta di Lyndon Johnson al jazz patinato di Keith Jarrett, dai quiz televisivi ai ranch dell’Oklahoma, dagli yuppies ai punk, dai giovani matematici di Harvard ai proletari della provincia depressa, nelle sue storie Wallace descrive e commenta l’intera cultura americana (e soprattutto le nevrosi, le ossessioni, le passioni, il disagio emotivo di tutto l’Occidente contemporaneo) con un’acutezza e un vigore avanguardistico che ne hanno fatto il caposcuola indiscusso della letteratura post-postmoderna e a distanza di quasi trent’anni mantengono inalterata la potenza di questo libro.

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Un gentiluomo a Mosca – Amor Towles #AmorTowles

“I Crusoe di tutto il mondo cercano riparo e una fonte di acqua dolce; imparano a fare il fuoco con la selce; studiano la topografia della loro isola, il suo clima, la sua flora e fauna, per tutto il tempo mantenendo i loro occhi addestrati per le vele all’orizzonte e le impronte sulla sabbia “.
Mosca, 21 giugno 1922. Il conte Aleksandr Il’icˇ Rostov, decorato con l’Ordine di Sant’Andrea, membro del Jockey Club, Maestro di caccia, viene scortato attraverso i cancelli del Cremlino che danno sulla Piazza Rossa fino alla suite 317 del Grand Hotel Metropol. Chiamato al Cremlino per un tête à tête, il Conte è apparso dinanzi al «Comitato d’Emergenza del Commissariato del Popolo», il tribunale bolscevico che l’ha condannato, senza remore e senz’appello, a trascorrere il resto dei suoi giorni agli arresti domiciliari per essersi «irrevocabilmente arreso alle corruzioni della propria classe sociale». La condanna non ammette errori: se mai dovesse mettere un piede fuori dal Metropol, il Conte sarà fucilato. La pena da scontare non è poi così gravosa, essendo il Metropol un Grand Hotel tra i più sfarzosi di Russia. Inaugurato nel 1905, le sue suite art déco e i suoi rinomati ristoranti sono stati un punto di riunione di tutte le persone ricche di stile, influenti ed erudite. Ma per un uomo come Rostov, abituato a viaggiare in lungo e in largo per il mondo e a condurre un’intensa vita sociale, quella detenzione, seppure in un lussuoso albergo, si rivela al pari di una gabbia per un leone.

Un romanzo che ti trascina con la sua prosa scorrevole e raffinata, con la ricostruzione puntuale ed efficace degli ambienti, delle atmosfere e dei personaggi. Immedesimandoci nella vita del Conte, anche noi non sentiamo davvero il bisogno di uscirne, anche noi prendiamo le misure dei suoi spazi (il ristorante, la sala da ballo, la stanza 317 e la camera della reclusione al sesto piano), ci accostiamo con discrezione alle vicende che si svolgono come su un palcoscenico e  accompagniamo il protagonista per oltre trent’anni. Memorabili le pagine che, prendendo le mosse da una leggera pioggia che si trasforma in neve, ricostruiscono la concatenazione degli eventi che si determinano in una sorta di sliding doors del novecento. Alcune pagine indimenticabili, il protagonista è uno di quelle figure che ricorderò a lungo. Ha l’unico difetto di avere qualche capitolo di troppo, diverse pagine puramente descrittive che nulla aggiungono alla storia, ma pazienza. Senza essere un capolavoro assoluto è comunque una lettura che consiglio, piacevole, rilassante e ben scritta.

Non mi sono assolutamente stupita di leggere, qualche giorno fa, che Kenneth Branagh produrrà ed interpreterà questa storia in un film, è un romanzo veramente molto cinematografico.

Silvia Chierici